MA CHI C’E’ AL PROSCENIO?

MA CHI C’E’ AL PROSCENIO ?

IRRILEVANTE?  NON  PARE  PROPRIO

Anche il nostro settimanale diocesano Notizie ha commentato, attraverso un articolo sulle esequie in San Pietro e un contributo di Paolo Bustaffa dell’Agenzia SIR, la recente scomparsa del cardinale Camillo Ruini. Testate giornalistiche e trasmissioni radiotelevisive hanno dedicato grande spazio a questo fedele esecutore della linea di papa Giovanni Paolo II, guidando la Chiesa italiana per oltre un ventennio.

Ovviamente elogi e critiche si sono intrecciate in questa memoria, con picchi contrapposti di grande ammirazione e di insulti volgari sui social. Qui ci limitiamo a richiamare un solo aspetto della sua riflessione sui problemi della Chiesa nel trapasso di millennio: la preoccupazione per la condizione di irrilevanza socioculturale in cui rischiava di ridursi il mondo cattolico italiano.

Si tratta di una tematica ancor oggi attuale, dopo vent’anni dalla fine del ruinismo e l’impatto innovatore del pontificato di Bergoglio, se ci si divide fra chi ritiene benedetta questa crisi (vedi i libri di don Erio e di Armando Matteo) e chi ne sottolinea le possibili derive nella totale insignificanza (Enzo Bianchi e gli intellettuali cattolici che hanno pubblicato Il gregge smarrito).

Sembra però opportuno fare in proposito qualche distinzione. Non si può certo valutare irrilevante la voce dei Papi a livello mondiale. I loro moniti, purtroppo per lo più inascoltati, contro la guerra, la violazione dei diritti umani, le ingiustizie e le persecuzioni delle minoranze, hanno risonanza universale, stante anche la progressiva perdita di autorevolezza dei grandi organismi sovranazionali, come l’ONU, e il protagonismo prepotente dei vecchi e nuovi imperi.

Consideriamo poi il caso italiano. La Cei non è certo silente sulle problematiche sociali. I discorsi svolti dal Presidente, all’apertura delle riunioni del Consiglio Generale o dell’Assemblea dei Vescovi, dedicano sempre ampio spazio a tali temi. Anzi, per un osservatore esterno, che si limita ai resoconti giornalistici, può sorgere l’idea che le preoccupazioni dei nostri Pastori riguardino più le vicende complicate della realtà sociopolitica italiana, che non l’evangelizzazione vera e propria e la gestione spesso travagliata delle comunità ecclesiali loro affidate. Stesso effetto possono provocare documenti di Conferenze Episcopali Regionali o interviste di singoli Prelati su questioni assai discutibili e tecnicamente ostiche, come l’opa di una banca verso un altro istituto di credito.

Su questo nodo sarebbe bene fare un po’ di chiarezza. E’ ben vero che la Gaudium et Spes afferma che “le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore”. (1) Dunque la Chiesa “mira a questo solo: continuare, sotto la guida dello Spirito Consolatore, l’opera stessa di Cristo” (3), scrutando i segni dei tempi e interpretandoli alla luce del Vangelo per poter rispondere “ai perenni interrogativi degli uomini sul senso della vita presente e futura e sulle loro relazioni reciproche”. (4)

Ma se qualcuno, da queste solenni affermazioni di principio, ricava l’idea che il documento conciliare intenda fornire un comodo vademecum  per il coinvolgimento diretto dei reggitori delle diocesi su ogni controversia o concreta decisione pubblica socio-economico-politica, locale o nazionale, sbaglia di grosso. Basta rileggere il testo integrale per rendersene conto.

Infatti la Gaudium et spes rimarca che gli impegni e le attività temporali competono propriamente ai laici. “Spetta alla loro coscienza, già convenientemente formata, di inscrivere la legge divina nella vita della città terrena. Dai sacerdoti i laici si aspettino luce e forza spirituale.”(43) Non quindi soluzioni tecnico-pratiche ai problemi, per i quali, anche fra i cristiani possono prospettarsi opzioni diverse. Su questo terreno concreto, segnato dall’opinabilità, specifiche prese di posizione della gerarchia possono procurare non poco sconcerto fra i i fedeli. Se dunque è comprensibile e opportuna, ad esempio, la denuncia quotidiana del cardinale Pizzaballa sulle tragiche condizioni del popolo palestinese, forse è meno indispensabile appare che un vescovo convochi i sindaci della sua diocesi per “organizzare la speranza” fra i cittadini di quel territorio.

In sostanza una certa sovraesposizione socio-politica troppo frequente dei Pastori, da Ruini in poi, non fa bene alla Chiesa. Li pone certo al proscenio verso la pubblica opinione, ma in realtà copre un grave vuoto: un laicato cattolico, oggi disperso in mille sigle, incapaci di fare sintesi e di porsi efficacemente in dialogo socio-culturale con le altre istanze della società italiana.

La formazione e l’aggiornamento continuo di questo laicato, la spinta verso la sua aggregazione pre-partitica sui valori sociali e antropologici propri dell’insegnamento della Chiesa, dovrebbe costituire la preoccupazione seria della gerarchia, che potrebbe così dedicarsi “alla preghiera e al ministero della parola” (At 6,1-6), lasciando ad altri l’immersione quotidiana nel dibattito sulle problematiche concrete della convivenza locale e nazionale.

Altrimenti il clericalismo, considerato da papa Francesco una delle perversioni più gravi della Chiesa, continuerà a produrre i suoi effetti negativi sia sui fedeli del Popolo di Dio, che nel contesto sociale.

Pier Giuseppe Levoni