PRESTO: UN MESE? UN ANNO? CHISSA’

PRESTO: UN MESE? UN ANNO? CHISSA’

UN  AVVERBIO  CHE  INTRIGA

Non una data precisa, come in precedenza Pasqua e poi Pentecoste, ma un avverbio sospeso fra speranza e incertezza: PRESTO. E’ questa la prospettiva per i tempi della fusione delle due nostre Diocesi, che don Erio ha formulato in una lunga intervista su Notizie. Lunga ma assai reticente sulle difficoltà concrete che l’operazione sta incontrando, secondo una modalità che fa a pugni con il conclamato dovere di trasparenza e di coinvolgimento del Popolo di Dio nella gestione delle questioni ecclesiali.

Il Vescovo si è diffuso invece nell’illustrare gli orientamenti della CEI per il prossimo cammino pastorale (formazione alla fede e connessione vita-Vangelo), soffermandosi in particolare sull’invito del Papa ad avere “il coraggio dell’essenziale”, a rendere, chiarisce don Erio, “il nostro zaino più leggero perché altrimenti non riusciamo a camminare speditamente dietro al Signore e vicino alle persone, nella loro vita quotidiana”.  Che cosa questo significhi nella prassi pastorale resta piuttosto misterioso. Quali attività, quali iniziative dovrebbero essere abbandonate o ridotte drasticamente? Di quali problematiche ci si dovrebbe occupare meno, per curare di più le relazioni? Preti e laici attendono lumi in proposito.

  Riprendendo una sua antica preoccupazione, don Erio ribadisce l’esigenza di “procedere ad un alleggerimento delle STRUTTURE”, anche correndo il rischio dell’impopolarità.  Domanda: nella nostra Diocesi si sta camminando in tal senso o in direzione esattamente opposta?

Stupisce anche il lamento sull’aver dedicato fin qui “tante energie all’unificazione come se fosse il problema fondamentale”. E aggiunge, forse non senza qualche più o meno velata critica locale, che sbaglia una comunità parrocchiale a concentrarsi sulla “ricostruzione materiale” della sua chiesa danneggiata dal sisma, “trascurando la ricostruzione delle pietre vive, trovandosi magari alla fine con una bella chiesa di mattoni, ma senza un’adeguata chiesa di persone”. Si tratta, per quanto concerne l’iter scelto per la fusione, di un’ammissione di colpa o di una reprimenda alle persone da lui delegate a condurre le operazioni sul campo? E conclude: “Spero che PRESTO otteniamo questa unificazione, in modo da concentrarci sull’unità all’interno delle nostre comunità, in vista di una missione più efficace”.

Ora, circa il dubbio se la fusione sia o meno il problema fondamentale, sorgono due interrogativi. Anzitutto, i Papi da tempo hanno chiesto una riduzione del numero delle diocesi italiane, perché affetti da mania clerico-burocratica, o in quanto convinti che entità ecclesiali meno asfittiche di risorse umane e materiali possano operare più proficuamente sul piano pastorale?

In secondo luogo pare fuorviante porre in alternativa attenzione alle strutture materiali o operative (indispensabili se essenziali per l’evangelizzazione), e impegno per creare più unità nella comunità ecclesiale. La complementarietà delle due dimensioni sembra infatti ineludibile.

 Ci sia consentita infine un’osservazione di carattere generale. Dopo alcuni anni dalla sollecitazione del Nunzio in Italia alla quarantina di Diocesi unite in persona Episcopi di creare le condizioni per la loro unificazione pleno iure, sono evidenti le difficoltà con cui le interessate si muovono, per resistenze molteplici, ma specialmente per le complesse implicazioni amministrativo-fiscali che l’operazione comporta.  La CEI, che si avventura talora in materie non di sua prioritaria competenza, cosa ha fatto o intende fare concretamente per SUPPORTARE nel migliore dei modi questo difficile impegno delle Diocesi coinvolte? A quanto se ne sa, nulla.

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