SCALCIARE LO SGABELLO

SCALCIARE LO SGABELLO

Contro il “suicidio assistito”, a favore delle prassi dell’Ausl di Modena

Sul tema del fine vita siamo arrivati a un punto decisivo. Alcuni elementi di contesto: in Italia il pronunciamento della Corte Costituzionale che denuncia il vuoto legislativo, l’approvazione in Francia di una legge che ha sollevato perplessità da parte di componenti del governo stesso oltre alla soddisfazione di chi da tempo sollecitava una regolarizzazione, tutti elementi che determineranno anche da noi un’accelerazione del decisore politico per normare la questione della cosiddetta buona morte. Infine  a conferma, la Regione Emilia-Romagna ha appena approvato una normativa a riguardo.

Come prevedibile, anche il dibattito pubblico e l’attenzione dei media è accresciuta. È a questo riguardo che si impongono alcune osservazioni, sia di ordine terminologico sia, più importanti, di merito sui contenuti.

Per quanto riguarda l’uso delle parole in una questione come questa che pone problemi delicatissimi, si auspicherebbe una pulizia del linguaggio e un’accuratezza che invece mancano. Alternativamente si fa uso di termini come fine vita, buona morte che è il significato greco di eutanasia, fino ad arrivare a quello slittamento semantico che è il sempre più diffuso e, a nostro giudizio, pericoloso utilizzo dell’espressione suicidio assistito.

Rimando a dopo le riflessioni di merito sul non innocente scarto fra “fine vita” e la parola “suicidio”. La domanda che poniamo qui è: da quando in qua la collettività ha deciso che la pratica del suicidio ha una connotazione innocua tale da renderla utilizzabile anche in un contesto legislativo che la vuole prevedere come atto legittimo del singolo al punto da ritenere un obbligo dello Stato farsene carico nella circostanza di una persona che esprime la volontà di porre fine alla propria esistenza? La parola “suicidio” è quella che esprime più correttamente la necessità che una società si doti di regole che evitino, di fronte a patologie incurabili e terminali, forme di accanimento terapeutico che è giusto che il malato rifiuti?

A noi pare sinceramente di no, a noi sembra che la parola suicidio individui una condizione esistenziale estrema e nei confronti della quale la collettività e la sua espressione istituzionale, lo Stato, debbano porsi in termini oppositivi non nel senso ovviamente di prevedere sanzioni per chi ha tentato di porre fine alla propria vita, ma di accorrere in aiuto, di offrire un’assistenza umana e psicologica nei confronti di chi progetta e ha tentato di realizzare un gesto così estremo.

La mettiamo giù un po’ dura e proponiamo un “esperimento di vita”. Chi di noi, entrando in una stanza in cui trova una persona col cappio al collo, i piedi su uno sgabello, in atto indubitabilmente di tentare di porre fine alla propria esistenza, anziché precipitarsi in aiuto, cercare di convincere a ripensare all’insano progetto indubbiamente frutto di un preciso atto di volontà, si metterebbe a scalciare lo sgabello per assecondare il compiersi dell’insano gesto?

La risposta credo sia unanime: nessuno lo farebbe; eppure nella idea che, quello a cui il legislatore deve porre mano, attraverso regolamentazioni di legge, sia il suicidio assistito si ricade nella fattispecie dello scalciare lo sgabello. Deve essere chiaro che nel momento in cui si parla di suicidio, che lo si realizzi in un’asettica camera d’ospedale, da parte di un medico munito di siringa e lo “scalciatore” ci sono differenze non di natura etica ma di mera prassi: sono modi diversi di procurare la morte in cui la differenza di contesto non cambia la natura morale del gesto.

In conclusione ci pare assolutamente necessario innanzitutto un cambio terminologico. La parola “suicidio” non può diventare l’etichetta che si appone a un atto legislativo che vuole avere come obiettivo quello di evitare accanimenti nella cura di malati terminali. Ci piacerebbe quindi che venisse espulsa dal dibattito in corso.

Affrontando aspetti più di merito sentiamo necessario passare da toni più assertivi a toni più dubitativi: la questione è talmente complessa che, più che proporre considerazioni di contorno, ma non meno cogenti, non ci permettiamo.

Una delle domande che ci poniamo è se soltanto noi avvertiamo il rischio, con il diffondersi di pratiche eutanasiche, di una deriva che ha ben sintetizzato, con  le parole che riportiamo, lo scrittore francese Michel Houellebecq: “se si inizia ad aiutare le persona a morire, presto si arriverà a incoraggiarle, a colpevolizzare gli anziani che si intrattengono sulla terra senza beneficio per nessuno”.

Ci sembra difficile negare che, nel momento in cui la pratica dovesse divenire diffusa, si genererebbe una pressione sociale sulle persone non più autosufficienti che potrebbe determinare scelte frutto più di sollecitazioni esterne che di propria volontà. La domanda è se solo noi o gli intellettuali francesi che hanno posto di recente il tema, vedono un pericolo. Non ci sembra che nel dibattito eventualità come queste siano state prese seriamente in considerazione.

Per tornare al tema del suicidio, in Belgio, Canada e Olanda si sono registrati casi di suicidio assistito per persone fisicamente sane ma fortemente depresse. Qui la parola “suicidio” diventa pertinente e siamo nella casistica di “scalciare lo sgabello”.  A nostro giudizio, in casi come questi, la collettività e lo Stato devono offrire qualcosa di molto diverso dall’aiuto a morire. C’è accordo su questo? L’orientamento che sta prevalendo, quello in cui alle situazioni di disagio fisico incurabile si accompagna spesso la parola “psichico”, ci porta inevitabilmente all’approvazione e somministrazione per legge di pratiche suicidarie?

Infine sulla consueta e rituale invocazione a una “legge”, invocazione peraltro fatto propria da un organismo di rilevanza massima come la Corte Costituzionale. In Italia la richiesta di una legge è, per qualsiasi evento sociale o individuale, un riflesso a cui nessuno sa resistere con il risultato di una pletora di leggi le più spesso disattese e frutto di istinti propagandistici delle maggioranze politiche.

Qualcosa indubbiamente andrà fatto, se non altro per porre i giusti confini che, come abbiamo cercato di evidenziare, sono assolutamente necessari in casi come questo.

Ma di gran lunga preferiamo buone prassi come quelle che ci sono testimoniate da uno studio realizzato da un gruppo di professionisti dell’Ausl di Modena che ha monitorato la rete locale delle cure palliative domiciliari. Dalla ricerca si evince che per pazienti che si trovano nelle condizioni estreme, i risultati migliori si sono ottenuti con un percorso condiviso fra medici specialisti, medici di base, paziente, familiari. Un protocollo condiviso di cura con l’inevitabile uso dello strumento del consenso informato può essere la via migliore per affrontare passaggi esistenziali così estremi. Ci piacerebbe che prassi come queste venissero prese maggiormente in considerazione.    

Mario Lugli