QUEL PROSSIMO SANTO MAL EDUCATO
Saggiamente papa Leone ha subito chiarito che obbiettivo primario del suo pontificato è riportare unità all’interno della Chiesa. Che ce ne sia bisogno, sia può leggere su Notizie nella consueta rubrica che il Direttore Responsabile, don Bruno Fasani, cura sotto la sigla eloquente “IN PUNTA DI SPILLO”. La polemica stavolta riguarda la presa di posizione di Andrea Grillo, un laico teologo docente in importanti atenei italiani, il quale si è pubblicamente scagliato contro la spiritualità, frutto di una cattiva educazione eucaristica, ricevuta dal Beato e prossimo Santo CARLO ACUTIS, il ragazzo morto quindicenne, che spesso ripeteva: “L’Eucarestia è la mia autostrada per il Cielo”.
Secondo Grillo, a quanto riporta don Fasani, il Beato esprime “una teologia vecchia, pesante, ossessiva, concentrata su ciò che non è essenziale, mentre trascura le cose decisive” per colpa dei falsi maestri che “gli sono stati attorno durante la sua vita e che, dopo la sua morte, vogliono proiettare su di lui la loro cattiva teologia, proponendo una dottrina minimale, secca e superata”. Di più, rincara Grillo, che apostolo dell’Eucarestia può essere uno “che vuole imitare i pastorelli di Fatima e colleziona storie ed immagini di miracoli”? E insinua: “Si cerca di rendere infantile tutta la Chiesa attraverso un ragazzino di 15 anni, che ripete stereotipi ottocenteschi, proponendo una Chiesa indietro di 200 anni”.
Alla bordata del teologo il direttore di Notizie replica non meno duramente. La colpa di Acutis consisterebbe nell’aver riproposto i miracoli eucaristici, concentrando così l’attenzione sulla presenza reale di Gesù, anziché sulla dimensione ecclesiale del sacramento. Si vuol mettere cioè in discussione la “dottrina della Transustanziazione, definita dal Concilio di Trento e riaffermata chiaramente dal Catechismo della Chiesa Cattolica al n.1376, in una lettura protestantica dove la presenza di Cristo è condizionata dalla fede di chi partecipa alla Messa”.
La polemica FASANI-GRILLO non riguarda dunque una questione di poco conto, liquidabile come retaggio di visioni ottocentesche. Il culto eucaristico ha radici ben più antiche, dato che la festa del CORPUS DOMINI fu istituita da papa Urbano IV nel 1264, dopo aver riconosciuto ufficialmente il miracolo eucaristico di Bolsena, il primo di oltre un centinaio di casi simili verificatisi nei secoli successivi. E i carpigiani meno giovani non hanno dimenticato la solenne processione mattutina che compiva il giro della nostra piazza, con il vescovo che reggeva l’ostensorio sotto il baldacchino damascato, e gran folla di fedeli. Come si ricordano le Quarantore di adorazione del Santissimo Sacramento, particolarmente celebrate in Cattedrale.
Nella travagliata stagione postconciliare, quando parve bene quasi occultare il tabernacolo in cui pure si continuava a conservare le ostie consacrate, anche per la soppressione del giorno festivo dedicato, il Corpus Domini celebrato di domenica ha finito per stemperarsi nell’ordinarietà del ciclo liturgico annuale. Ma nella nostra città il culto eucaristico trovò espressione nella intitolazione di una nuova parrocchia nella sempre più vasta periferia, e sbocco concreto nell’utilizzare la chiesa del Crocifisso come significativo luogo di adorazione quotidiana, seppure per un ridotto numero di frequentanti. Anche ora non mancano iniziative specifiche, come la mensile giornata di adorazione nella cappella dell’Ospedale, e analoghe proposte a livello parrocchiale. Ma non sorprende che la risposta a tali inviti venga quasi esclusivamente da pochi fedeli anziani. Come non meraviglia che la processione serale indetta dalla parrocchia del Corpus Domini per le vie deserte del quartiere non abbia alcuna risonanza a livello cittadino.
La domanda spontanea allora è semplice: ha ragione chi ritiene il culto eucaristico una devozione vecchia, da Chiesa in ritardo sulla storia, e quindi non meritevole di particolare attenzione pastorale? La risposta è venuta da papa Leone che, fedele alla sua spiritualità agostiniana, nel recente caldo pomeriggio romano ha retto l’ostensorio da San Giovanni in Laterano a Santa Maria Maggiore, per portare, come lui stesso ha detto, “Cristo fra la gente, per le vie della città”.
Quando era vescovo di Chiclayo in Perù, proprio mons. Prevost, inviò al suo predecessore papa Francesco la richiesta di riconoscimento formale di due miracoli eucaristici avvenuti nella sua diocesi a metà del secolo XVII, ed ancora vivi nella memoria di fede dei peruviani.
Sulla linea di papa Leone serve allora una riflessione ecclesiale su come coltivare il culto eucaristico. Se si pensa che non sia anticaglia la fede nella presenza reale di Cristo nel Pane Consacrato, senza ricorrere a pratiche formative straordinarie e in un sereno sensus ecclesiae, basterebbe far tesoro di due momenti della messa domenicale, di cui almeno i tuttora praticanti continuano a fruire. La Consacrazione, da vivere, da parte del celebrante, non come burocratica e sbrigativa espressione verbale, ma come evento di intenso raccoglimento interiore che sappia trasmettere all’assemblea tutta il mistero d’amore che si va realmente compiendo sull’altare.
E poi la Comunione ai fedeli. Troppo spesso l’andirivieni si svolge fra canti incapaci di agevolare la concentrazione delle persone sulla straordinarietà del dono che ricevono, e quindi l’intimo colloquio con Cristo. Capita di assistere a celebrazioni in cui non si prevede qualche attimo di silenzio, magari con opportune brevi esortazioni a dialogare nella preghiera individuale di lode, di intercessione, di ringraziamento.
Si tratterebbe di opportunità da cogliere, sia per educare, evitando formalismi esasperati, la spiritualità eucaristica dei più giovani, sovente portati a ricevere “intruppati” il Corpo di Cristo con superficialità e distrazione, sia per confermare e approfondire la devozione degli altri fedeli. Senza di ciò, anche la prassi talora invalsa della comunione a tutti i presenti sotto le due specie rischia di ridursi a mera novità, senza produrre una più intima partecipazione personale.
Pier Giuseppe Levoni

