Il torpore dei cattolici carpigiani

Il torpore dei cattolici carpigiani

Un amico mi disse, sconfortato: “ha scatenato più dibattito in città la chiusura della casa-vacanze di Sella di Borgo Valsugana che la chiusura della Diocesi di Carpi”. In effetti, in quel caso c’è stata una petizione che ha raccolto centinaia di firme e articoli sui giornali, mentre per la Diocesi di Carpi non si è mosso nessuno. La fusione con la Diocesi di Modena – ce lo siamo detti e ripetuto – si sta configurando come una fusione a freddo. Priva di entusiasmi, ma anche di resistenze, fatta soprattutto di vicariati da disegnare, di “servizi” da unificare e di caselle da riempire di nomi. Sembra un’urgenza capitata così, un po’ a sorpresa dopo le dimissioni (altrettanto improvvise) di monsignor Cavina, come un temporale d’estate. Chi si domanda, spaesato: “Com’è possibile che dopo 250 anni di vita la Diocesi di Carpi sparisca così senza colpo ferire?” si sente rispondere con un’alzata di spalle: “mah… l’ha deciso il Papa”.

Detta così, la soppressione (o fusione, o unificazione che dir si voglia…) della Diocesi di Carpi con quella di Modena-Nonantola sembra una questione puramente amministrativa, di confini da ridisegnare e di trattini da aggiungere nella denominazione. Ma si tratta davvero di così poco? Non investe invece il “senso di Chiesa” di una comunità? Nel percorso di avvicinamento delle due Diocesi ci auguravamo un coinvolgimento sotto una qualche forma del popolo di Dio che invece, alla prova dei fatti, non c’è stato. Per responsabilità di tutti: i vertici non l’hanno sollecitato e la base non lo ha chiesto. O, se lo ha fatto, a voce così bassa da non essere udito.

Non è un buon segno. L’impressione è che “il popolo di Dio” carpigiano sia diventato afono e ripiegato sul breve orizzonte, indifferente a ciò che accade al di fuori del proprio perimetro parrocchiale o associativo, sempre più ridotto numericamente, buono tutt’al più per organizzare una sagra e grigliare la carne. Docile e intorpidito, non si squassa, non protesta, non si attiva, non si fa sentire nel dibattito pubblico, dentro e fuori la Chiesa, e non incide nelle Istituzioni. Nemmeno i più recenti, lodevoli tentatavi, come la Rete di Trieste, attecchiscono e mettono radici nel nostro terreno. Un laicato cattolico diverso dalle forme conosciute in passato, vivace e creativo, che aveva interesse per la vita politica e per quella della Chiesa. E la scomparsa di un punto di riferimento forte come la sede di una Diocesi, di certo non aiuterà a riprendersi.

Saverio Catellani