Il nuovo corso delle sagre parrocchiali

Le sagre estive sono da anni un successo di pubblico annunciato, ma basta questo per dire che la formula è quella giusta?

Premessa doverosa: evviva le sagre! Sono attese, animate e frequentate. Se la Diocesi s’inventasse una tessera con lo sconto del 10% valida dappertutto, andrebbe a ruba. L’organizzazione di una sagra è anche un segno di vitalità della parrocchia: servono persone che montino le strutture, facciano i turni in cucina, al servizio ai tavoli, eccetera eccetera.

Da frequentatore, negli anni mi è sembrato però di notare dei segnali di evoluzione (o involuzione), che vanno in una certa direzione. Sempre di più, la sagra si presenta come l’evento annuale di “autofinanziamento” della parrocchia, con gli aspetti religiosi relegati alla Messa (o poco più) e quelli comunitari al servizio ai tavoli e in cucina. In sostanza, è come se il cuore pulsante della sagra si fosse spostato verso l’area del ristorante, a motivo del fatto che è grazie ai soldi raccolti lì che si possono poi finanziare le varie attività parrocchiali.

C’è qualcosa di sbagliato in ciò? Assolutamente no. Tuttavia, il passaggio concettuale da festa identitaria di fedeli che appartengono a una determinata comunità in occasione per fare autofinanziamento non è privo di conseguenze. Una di queste, forse la più visibile, è il ritocco all’insù dei prezzi del menù: un primo 10 euro, un secondo 15, un dolce 6, una bottiglia di Lambrusco 9. Totale: 40 euro. Prezzi non proprio popolari, cresciuti negli anni ben oltre l’adeguamento degli stipendi. Ma che male c’è, si dirà? In fondo, la qualità del cibo è buona e i soldi raccolti vengono spesi per le attività parrocchiali o per pagare le bollette.

Certo, il fine è nobile, tuttavia basta dare un’occhiata in giro per vedere che seduti ai tavoli non ci sono famiglie con figli, ma quasi esclusivamente anziani e adulti senza prole; i giovani presenti sono quelli che servono ai tavoli (sapendo che poi a fine turno mangeranno gratis). Del resto, soltanto un certo tipo di famiglia può permettersi di spendere 120-150 euro per una cena alla sagra. Non è cosa da tutti. 

Inoltre, nel momento in cui l’obiettivo principale non è più quello di fare festa “come comunità di sorelle e fratelli in Cristo”, ma quello di raccogliere soldi, allora oltre all’aumento dei prezzi del menù si assiste anche all’impoverimento dell’offerta di intrattenimento di contorno (musica, spettacolo, giochi…), perché l’animazione, in tutte le sue forme, costa sempre di più di quanto renda.

Dunque, viva le sagre, che rallegrano l’estate e mantengono accese le luci delle parrocchie ma, passata la festa, suggerirei di fare una riflessione sul senso di tanto lavoro. Vogliamo davvero che la gente dica: “stasera vado alla sagra” con la stessa disinvoltura con cui potrebbe dire: “vado al ristorante” o “alla Festa dell’Unità”? Davvero ci piace il modello: “Franza o Spagna, purché se magna” e con tavoli riservati da un certo reddito in su?

Saverio Catellani