I GESTI DELLA MESSA A LIBERA INTERPRETAZIONE

I gesti della messa

Si racconta che a Newton cadde una mela in testa e così ebbe l’intuizione della gravità terrestre. A me, l’intuizione sul fatto che i gesti a Messa (alzarsi, sedersi, inginocchiarsi, allargare le braccia, stringere la mano…) siano diventati in gran parte opzionali per molti praticanti è venuta domenica scorsa quando, durante l’elevazione, io mi sono inginocchiato, l’uomo nel banco davanti a me si è seduto – sbattendomi la sua schiena in faccia – e quello di fianco è rimasto in piedi. Mi sono guardato intorno e ho notato che ognuno faceva un po’ quello che voleva.

Certo, momenti di incertezza sulla postura da tenere in determinati momenti della celebrazione ce ne sono sempre stati, ma la maggioranza dei fedeli era permeata da una consapevolezza collettiva che permetteva loro di fare in automatico la cosa giusta. E gli incerti potevano serenamente seguire il gregge.

Ora mi sembra che manchi questa maggioranza consapevole. E non solo nei momenti da sempre un po’ dubbi, come quello della preghiera eucaristica, quando il celebrante dice: “Il Signore sia con voi” e già si alza qualcuno; prosegue: “in alto i nostri cuori” e si alza qualcun altro; fino a: “E’ veramente cosa buona e giusta…” quando si consegnano gli ultimi resistenti; ma anche in molti altri. 

Sulla postura da tenere nel Padre Nostro, per esempio, c’è molta varietà. Generazioni di bambini del catechismo si sono tenuti per mano, abbandonando poi la pratica con la maggiore età e passando senza soluzione di continuità ad allargare le braccia. Però, da quel che si vede a Messa, recitare il Padre Nostro a braccia aperte non è obbligatorio nemmeno per gli adulti, che possono tenerle distese lungo il corpo o in qualsiasi altra posizione.

Il Covid ha assestato un duro colpo allo scambio della pace e creato uno dei momenti più imbarazzanti dell’intera celebrazione. Prima di allungare la mano verso il vicino occorre interpretarne lo sguardo e desumere se lui è intenzionato a stringertela o pensa che sia ancora infetta dal virus. Nel caso, bisogna ripiegare con un cenno del capo e un sorriso, oppure, se il fedele è distante due banchi, con un breve movimento della mano, tipo ciao-ciao.

Ormai è pacifico per quasi tutti (fanno eccezione i sempre più rari puristi dell’ostia in punta di lingua) prendere la particola della comunione in mano. Tuttavia, c’è modo e modo di metterla in bocca. Afferrarla con pollice e indice dell’altra mano oppure usare la stessa mano a mo’ di ciotola? E che fare subito dopo averla ingoiata? Filare via oppure sostare un istante, con un passo di lato, alzando gli occhi al crocifisso? E magari accennare anche un piccolo inchino?

Rientrati al banco, poi, la pratica di inginocchiarsi per meditare è ormai un ricordo del passato. I più si siedono e basta, mentre i più volenterosi cantano.

A questa lenta deriva autonomista si può reagire in due modi: o condurre una battaglia nobile ma un po’ donchisciottesca per rieducare i fedeli, oppure rassegnarsi al fatto che seguire tutta la Messa da seduti, senza tanti su e giù, non toglie significato alla celebrazione. Magari si risparmierebbe pure sul costo dei banchi.

Saverio Catellani