E DON STURZO CHI SE LO PIGLIA?

E Don Sturzo chi se lo piglia?

A proposito di Atreju, Pasolini e altre amenità

Se c’era un modo per decretare la propria sudditanza e quindi soggezione e minorità rispetto alla cultura cosiddetta di Sinistra, è stato quello con cui la questione del proprio patrimonio culturale e valoriale è stata affrontata alla festa di Fratelli d’Italia a Roma nei giorni scorsi.

Ricapitoliamo. La festa del partito di Giorgia Meloni ha avuto, fra le sue finalità, oltre alla solita passerella di politici, anche quella di attestare l’esistenza di un bagaglio culturale pesante nella ragione sociale del partito con, naturalmente, annesso Pantheon di personalità intellettuali a supporto di quel bagaglio, apertamente di destra o tali a loro insaputa. Una motivazione anche onesta, ci vien da dire.

Insomma non è che un partito con le legittime ambizioni che ha Fratelli d’Italia, potesse andare avanti per molto con Frodo, gli Hobbit e Il Signore degli anelli. Inoltre  il richiamo rituale e automatico a D’Annunzio, Marinetti Ezra Pound con la loro contiguità al fascismo rischiava di risospingere verso realtà e tempi che stanno nella discarica della storia e che è meglio lasciare lì.

Va anche detto che la roba in sé è un po’ strana. La parola cultura è molto delicata, copre ambiti multiformi e variegati. Ha, in tutta onestà, una natura anche un po’ ricattatoria. E’, quindi, complicato ridurla allo schemino destra-sinistra che è quello che sta all’origine delle motivazioni di chi ha pensato la cosa. Un intellettuale è, noi crediamo, per natura sua propria, non etichettatile, ambisce a una ricchezza di pensiero e speculazione che non è inquadrabile una volta per tutte. A questo riguardo, l’immagine dell’intellettuale organico di Sinistra (inteso come parte politica) memoria non è proprio quello che oggi additeremmo come esemplare.

Interessante è stato però vedere come si declinava il progetto, nei temi, più scontati, e nelle figure intellettuali, molto più curioso e sapido.

A far discutere più di tutti è stata l’appropriazione di Pier Paolo Pasolini come anticipatore dei valori ispiratori della destra. Ad applicarsi alla faccenda la ministra più sbarazzina, Eugenia Roccella, forte del fatto di non avere un passato (per qualcuno anche un presente) di nostalgica del fascio.

L’eclettismo intellettuale di Pasolini è tale che l’operazione è meno ardita di quello che si potrebbe pensare. Il Pasolini bucolico, cantore del mondo agro-pastorale e delle lucciole che scompaiono, del mondo che fu migliore rispetto alla degenerazione attuale, si può effettivamente prestare alla bisogna.

(Su Pasolini si esercita da tempo quella sorta di santificazione che trova adepti in tutti coloro che sentono la perdita di figure profetiche e oracolari, alla faccia di una valutazione serenamente critica. A noi che a questa non vogliamo rinunciare, dell’opera salviamo i romanzi neorealisti, Ragazzi di vita e Una vita violenta, in un insieme, in cui stanno a metà classifica, che va da Conversazioni in Sicilia di Vittorini e Cristo si è fermato a Eboli di Carlo Levi, fino al Maestro di Vigevano di Mastronardi. Per la poesia, Supplica a mia madre, bellissima, lo monda dalle inutili asprezze delle Ceneri di Gramsci. Per non dimenticare dell’astuzia, più di Piero Ottone che sua, di avergli dato accesso alla sontuosa tribuna del Corriere della Sera, organo dell’opulenta borghesia milanese, in un’operazione di furbetta civetteria, di cui lui forse non fu nemmeno consapevole. Insomma, come polemista di costume, gli preferiamo Alberto Arbasino. Chiusa parentesi).

Si fa però anche fatica a nascondere la delusione per una certa banalità. Questa ricerca di padri nobili sembra non riesca a staccarsi mai da una rubrica di nomi che son sempre quelli. Mettiamoci pure Orianna Fallaci e un improbabile Antonio Gramsci, si gira intorno agli stessi nomi.

E qui sentiamo la mancanza nel fatto che nessuno prenda in considerazione una figura come quella di don Luigi Sturzo, un gigante che, solo la leggerezza e la poca profondità di chi ha avviato questo atto di purificazione culturale a destra, può aver fatto dimenticare.

Politico, fondatore del Partito Popolare, antifascista senza macchia, a causa del quale suo destino fu l’esilio. La cattività lo costrinse a essere coscienza critica di una stagione terribile come quella fascista. Liberale, contrario a interventi massicci dello stato nella gestione dell’economia, sostenitore di una rigida separazione fra la sfera della politica e quella religiosa, convinto sostenitore dell’autonomie locali, il suo pensiero rimane di grande attualità. Non ci sono temi del presente che non possano trovare ispirazione nei suoi scritti.

I naturali destinatari della sua lezione politica avrebbero dovuto essere quelli che fino a una ventina di anni fa si sono chiamati Popolari, ma non si riesce a intravedere, fra quelli che vengono da quell’esperienza, nessuno che ne abbia colto la lezione: sembra che a questi la definizione “liberale” faccia venire le bolle alla pelle!

Alla fine anche Atreju, più che provarsi a essere un seria occasione di individuare le nervature culturali da cui il proprio agire politico possa trovare ispirazione, si è trasformato in un tentativo di scippo delle solite figure, decretando la propria soggezione a un campo, quello della Sinistra, che lei stessa avrebbe bisogno di rinfrescare le proprie radici. E’ la gabbia dello schemino destra/sinistra.

Se la Destra proprio non voleva limitarsi ad accontentarsi, per la propria legittimazione, del conforto degli elettori, poteva e può provare ad affidarsi alla prassi della Buona Politica che è il modo migliore per giustificare e promuovere il senso del proprio agire pubblico.

Mario Lugli