LA POSSIBILITA’ DI SCELTA COME ALIBI MORALE

La possibilità di scelta come alibi morale

SU COME SI UCCIDE NEL LIBANO DI OGGI

La vicenda, che Il Post ha ripreso da un articolo del Los Angeles Times, è di quelle che ti rimangono in testa e fai fatica a liberartene.

In sintesi, l’arabo libanese Ahmad Turmus risponde sul cellulare a una chiamata, all’altro capo un ufficiale dell’esercito israeliano che gli dice “Vuoi morire con le persone che ti stanno intorno o da solo?”. Intuito quello che sta per accadere, lascia in fretta la casa, sale in macchina, si allontana e, poco dopo, viene centrato da un drone israeliano. Fine di lui e della storia.

Se solo si riesce a riprendersi dall’effetto angoscioso che a qualsiasi persona normale fa una storia simile, ci si può avventurare in alcune considerazioni che a noi appaiono  dovute e che non sono quelle sullo strapotere della tecnologia e sulla disumanità dell’uccidere in modo anonimo o a distanza con i droni, cosa peraltro che non si da nel nostro caso: l’assassino sa chi sta per colpire, anzi è l’ultima persona con cui la vittima ha uno scambio di parole, non lo vede morire ma ha un contatto con lui.

 L’esercizio è quello di provare a entrare nella testa dell’ufficiale per capire se questa modalità di uccidere abbia o meno l’effetto di una franchigia morale, tale da rendergli più tollerabile l’enormità che sta per compiere e che, speriamo, non gli sia del tutto ignota.

Al netto delle osservazioni del realista disincantato che dice che siamo in guerra quindi in quella condizione in cui l’orrore diventa legittimo, quotidiano compagno di ogni atto, giustificazione di tutte le narcosi morali a cui, chi ha avuto la maledizione di sperimentarla la guerra, si è dovuto acconciare, noi vogliamo credere che, oltre ogni assuefazione, ci sia uno spiffero momentaneo di consapevolezza della gravità di quello che si sta compiendo.

E la tesi è questa: che l’aver affidato alla vittima l’onere della scelta, l’averlo messo di fronte a un’alternativa, abbia in qualche misura sollevato l’israeliano dal peso della colpa, abbia in qualche modo funzionato da strumento di dispensa morale e psicologica. La proposta che ha fatto è questa: “Io debbo uccidere solo te, non voglio aver altri sulla coscienza. Devi decidere tu se essere il solo bersaglio o gravarti della responsabilità di altre morti”

 Qui va detto che psicologia e morale si intrecciano in modi difficilmente districabili, nessuno mai fa scelte a tavolino, i più reconditi recessi della mente interagiscono con le indistruttibili tavole della nostra legge morale in modi spesso incomprensibili: siam pur sempre tutti figli di Freud!

È il punto interrogativo nelle parole dell’ufficiale che può illudere di porre in una luce etica un atto criminale. È  il porsi nella dimensione della domanda che pare riconoscere alla vittima, da parte del suo carnefice, un residuo di umanità che è quello proprio di ciò che chiamiamo ‘persona’: la possibilità di scegliere.

Quasi certamente l’israeliano non ha fatto altro che attuare una modalità di tipo burocratico, imposta dai disciplinari militari dell’esercito a cui appartiene che, non è giusto nasconderlo, hanno come obiettivo quello di risparmiare vite innocenti, cosa peraltro che l’esercito israeliano ha realizzato solo in modo molto parziale avendo la criminale responsabilità di centinaia di migliaia di vite.

Di fronte alla condizione di immoralità maggiore, il progetto di eliminazione di tutti coloro che, a ragione o a torto, io ritengo i miei nemici, che è la giustificazione della guerra, sembra si renda necessaria una forma di moralità minore e subordinata, quella che offre alla vittima un ultimo scampolo di umanità che è quello che deriva dal renderlo attore di una scelta.

Va aggiunto che, nel caso Ahmad Turmus avesse scelto di non muoversi,  solo un inaccettabile pregiudizio autoassolutorio avrebbe potuto illudere gli israeliani di non essere responsabili della morte non solo sua ma anche dei suoi suoi familiari in virtù della proposta di allontanamento respinta.

 Quel che si vuol suggerire è che, una pratica come quella di cui si sta parlando, ha una funzione di parziale alibi morale per l’atto di ferocia che si sta compiendo. Il Male va condito con qualche forma di Bene o di qualcosa che vogliamo ritenere tale..

Da lato della vittima si immagina, con grande disagio, l’atrocità dell’esperienza che, per quei pochi secondi che gli sono rimasti da vivere, ha provato. Non si può che ammirare la lucidità e rapidità con cui ha deciso per il male minore nella piena consapevolezza che, quel male, avrebbe avuto lui come principale, unico bersaglio.

Per dare un riferimento colto, l’arabo si è trovato in una forma estrema di quello che in Etica filosofica è chiamato il Dilemma del trolley. Un treno procede senza controllo ad altissima velocità, se non viene fermato ucciderà cinque persone che sono legate sui binari. Solo tu puoi azionare la leva di uno scambio che dirotterà il treno verso un altro binario in cui è legata una sola persona. Sta a te decidere se non intervenire, provocando la morte di cinque persone, o azionare la leva e sacrificarne una sola.

 Sono dilemmi di scuola che si sperava di non dover mai sperimentare nella realtà, realtà che invece ha una raccapricciante fantasia di cui avremmo volentieri fatto a meno.

È evidente che le considerazioni fatte prescindono dalla spietata attualità, potevano evidentemente essere stimolate dai tantissimi altri conflitti della parte meno nobile della storia umana.

Quel che possiamo auspicare è che l’ennesima conferma dell’atrocità e inutilità della guerra apra gli occhi e i cuori di chi deve decidere.

                                                                                                   Mario Lugli