DALLA POLITICA ALLA STORIA

Dalla politica alla storia

PER UN “25 APRILE” NON PIU’ DIVISIVO?

Anche quest’anno non sono mancate polemiche, con contorno di isolati episodi violenti, nel ricordare una data importante e gloriosa come il 25 aprile 1945, giorno della Liberazione. Di tale deplorevolmente insuperata contrapposizione ha preso atto pure un editoriale di Notizie, a firma di Luigi Lamma, che scrive in merito: “E’ una ricorrenza che dovrebbe sempre più unire la comunità nazionale attorno ai valori fondanti della libertà e della democrazia, lasciando che lo spirito di riconciliazione lenisca ferite e lacerazioni, ma rischia di trasformarsi in un’esperienza divisiva, divenuta ostaggio di divisioni di parte, se non proprio estremiste.”

Perché meravigliarsi di questa ormai abituale pioggia di polemiche ad ogni sventolar di bandiere, fioccar di discorsi e rimbalzar di messaggi sui social in tale ricorrenza? Sarà bene ricordare, in proposito, che quella pagina drammatica e gloriosa non fu solo un robusto sostegno alle truppe Alleate, per ricacciar oltralpe l’invasore straniero, ma anche uno scontro cruento tutto italiano, fra chi restava fedele al verbo e alla violenza di un regime ventennale travolto dagli eventi di una guerra perduta, e chi voleva voltare unitariamente pagina, però talora con ben diversi obbiettivi sui futuri assetti politico-istituzionali.

In tale tragico scontro si mescolarono inevitabilmente atti di coraggio, generosi eroismi, eccidi, vendette, giustizie sommarie, violenze gratuite nutrite di odio culturale, sociopolitico e personale, che non potevano non condizionare nei decenni successivi la vita della Repubblica, fino ai nostri giorni. Così la celebrazione continua ogni anno a svolgersi per lo più con seria consapevolezza storica, ma pure con risvolti polemici di propaganda spicciola legata all’oggi, e singolari reticenze nella rievocazione di fatti risalenti a quel periodo.

Nella recente mostra allestita per l’81° della Liberazione, un pannello richiamava due crimini post-bellici commessi nella nostra terra.  Circa il primo si richiamava “l’eccidio nel carcere di Carpi che avvenne fra il 15 e il 16 giugno 1945. Un gruppo di partigiani prelevò e uccise quattordici detenuti fascisti, inclusi i feriti, come vendetta per la efferata strage dei sedici Martiri del 16 agosto 1944”. Lo si definisce, citando un libro del 1972, “un episodio increscioso, ma anche spiegabile in quelle circostanze e dopo gli inauditi crimini commessi dai fascisti, che ora, grazie alla protezione alleata, se la sarebbero probabilmente cavata senza scontare le loro colpe”.

Che diceva poi il medesimo pannello sul secondo crimine localericordato? “L’episodio più grave nel periodo fu l’assassinio di don Francesco Venturelli Parroco di Fossoli il 15 gennaio del 1946. Il sacerdote era stato cappellano al campo di Fossoli prima e dopo il 25 aprile quando erano reclusi esponenti repubblichini. Ciò portò a formulare ipotesi contrapposte sul movente del crimine”.

Come commentare? Nel primo caso, criminali sì quei partigiani, ma in fondo bisogna capirli; nel secondo, chissà mai chi avrà ammazzato don Francesco, anche se per decenni tanti fossolesi lo hanno sempre saputo o sospettato. Per timore od omertà però nessuno ha voluto contribuire a far emergere una verità, che non può prescindere dal clima in cui decine di preti furono uccisi nella nostra regione in quei tragici tempi.

L’incapacità pervicace, di  leggere con occhi apolitici quel che accadde in quei drammatici tempi, traspare clamorosamente in un’altra citazione dello stesso pannello, ove si riporta l’affermazione stupefacente di Arturo Colombi, uno dei massimi dirigenti di allora del PCI, secondo il quale i responsabili dei tanti atti di violenza post-bellici non sparavano per odio politico o sociale ma perché, scriveva, “si possa creare una atmosfera di sospetto e indignazione contro le forze democratiche e i Partiti dei lavoratori”.  In sostanza, non assassini per furore ideologico, ma per danneggiare la parte di cui erano espressione armata ed incontrollata. Insomma: solo degli ignari autolesionisti.

Se dopo ottant’anni si continua a proporre un’interpretazione di quei fatti con un’ottica distorta dalla passione politica, significa che, per una celebrazione convintamente condivisa e senza polemiche del 25 Aprile, dovrà scorrere molta altra acqua sotto i ponti. Si spera non quanta ne è passata da quel lontano 17 MARZO 1861, allorché nacque lo Stato unitario italiano, cioè l’ITALIA, finalmente non più semplice espressione geografica. Questa ricorrenza, ricordata oggi invero piuttosto sommessamente, non suscita polemica alcuna. Trionfalismi sabaudi, delusioni mazzinian-garibaldine e nostalgie borboniche di quel tempo sono state inesorabilmente relativizzate dal fluire della STORIA.

Sancendo certo chi stava dalla parte giusta, ma rievocando l’evento epocale in serenità, fuori da polemiche strumentali e secondi fini.

Pier Giuseppe Levoni