In tempo di unione di diocesi piccole con una più grande non sarebbe il caso di applicarsi al livello delle parrocchie? Attualmente le “unità pastorali” riuniscono, sotto la guida di un solo parroco di parrocchia più grande, una o più parrocchie “piccole”. Così accade che il prete incaricato moltiplica sé stesso, specialmente la domenica, correndo a celebrare messe. Durante la settimana la sua localizzazione per i fedeli diventa incerta. Le molteplici chiese e i relativi locali parrocchiali diventano un peso economico, che nel tempo si fa proibitivo.
Si dice che le comunità piccole, dove la parrocchia chiude, vengono penalizzate. E’ un lato da considerare. Le comunità anche piccole non vanno assolutamente abbandonate. Credo giusto che le comunità esistenti vadano mantenute, ma con una precisazione essenziale.
Distinguerei le attuali parrocchie in due categorie: PARROCCHIA e COMUNITA’ LOCALE.
La parrocchia è il territorio servito da un prete, il parroco, con la missione di rispondere al servizio del normale cammino di fede delle persone: formazione iniziale (“catechismo”), secondo annuncio per adolescenti, giovani, preparazione al matrimonio, accompagnamento delle famiglie, poi cura dei fragili, celebrazione dell’eucarestia, celebrazione dei sacramenti e del congedo dalla vita terrena. Il tutto è da svolgere con un’adeguata attività di vari ministri. Alle piccole attuali parrocchie darei il nome di comunità, togliendo il titolo di parrocchia, che non sarebbe veritiero, perché non sono in grado di svolgere in modo adeguato i servizi di base sopra indicati. La chiesa e gli altri immobili posseduti sarebbero trasferiti in proprietà alla parrocchia vera e propria. L’eucarestia domenicale e la celebrazione dei sacramenti sarebbero celebrati solo nella parrocchia. Le comunità possono esprimere la loro vitalità nella preghiera comunitaria anche senza il prete, nella festa patronale, in attività varie secondo le proprie forze, con un presidente laico e un consiglio.
Quali le dimensioni minime mediamente potrebbero avere nella nostra diocesi le parrocchie? Penso che solo le comunità con circa 4.000 abitanti e più siano in grado di realizzare la figura di parrocchia normale, tratteggiata sopra. Quello che è avvenuto per la cura del corpo va fatto anche per la cura dell’anima. Abbiamo meno ospedali, ma quelli che abbiamo ci servono meglio dei precedenti piccoli nosocomi. Le unità pastorali attuali, che vedono un parroco con più parrocchie, le considero un passaggio intermedio, che, a mio parere, va superato.
Nella diocesi di Carpi verrebbero ridotte a comunità otto frazioni di Carpi (esclusa Fossoli), le otto frazioni di Mirandola, le quattro frazioni di Concordia. Sarebbe un paesaggio pastorale nuovo per noi, ma che è ben presente nelle chiese più giovani delle nostre in Africa, America Latina e Asia.
Non sono sicuro se quanto propongo appartenga ai “sogni” benedetti dal profeta Gioele (3,28). Mi sembra più realistico condividere, con Tommaso Moro, la conclusione della sua Utopia:”Non ho difficoltà a riconoscere che molte cose che ho trovato nella repubblica di Utopia le desidererei presenti nei nostri Stati, ma ho poca speranza di vederle attuate”
Carlo Truzzi

