CITTADINANZA, L’UNICO VERO REFERENDUM

Cittadinanza

L’unico vero referendum tra quelli che si sono svolti domenica è stato, a nostro giudizio, quello sulla cittadinanza. L’unico perché poneva un quesito molto chiaro, il dimezzamento dei tempi d’attesa per diventare cittadini italiani, da 10 a 5 anni di residenza. Ad attestarne l’autenticità anche il risultato che ha mostrato un coinvolgimento molto personale dei votanti come risulta dal maggiore equilibrio fra i Sì e i No.  Ognuno ha portato il suo personale pensiero costruito sul vissuto quotidiano. A Carpi i Sì hanno avuto il 60,36%, i No il 39, 64%. Il risultato carpigiano si discosta in modo significativo da quello nazionale: in tutta Italia il Sì ha avuto il 65,3%, il No il 34,7%. 5 punti di scarto, non pochi. Una linea di tendenza a spiegazione del sentimento degli italiani su questo tema, lo da uno sguardo verticale dal piccolo, i comuni con meno abitanti, al grande, le città metropolitane. Bologna il Sì 77,6%, il No il 22,4% . Modena i Sì al 69,06%, i No al 30,94%. Più si scorrono i risultati dai comuni piccoli a quelli grandi, maggiore risulta lo scarto a favore dei Sì o viceversa. Carpi sta in mezzo, proprio dove la colloca la popolazione residente.

Dovendo dire però le cose come stanno, bisogna prendere atto che il referendum è fallito, che chi ha votato è una minoranza e che realisticamente se avesse votato la totalità degli aventi diritto i No avrebbero dilagato. Messaggio chiaro: gli italiani ritengono che sui migranti si debba avere maggiore cautela e che ridurre i tempi per diventare italiani è una fuga in avanti da evitare. Per stare teneri. Altri commentatori più sbrigativi hanno detto che il messaggio è: tornatevene a casa vostra, non vi vogliamo!

La Chiesa che sia quella di Bergoglio o del parroco che quotidianamente vive col suo gregge nelle periferie, questo messaggio lo vive con qualche disagio. Non siamo lontani dal vero se riteniamo che l’invito fatto da Zuppi alla partecipazione al voto fosse motivata dal referendum sulla cittadinanza più che dagli altri sul lavoro. E’ il ruolo di prima fila, non soltanto nella predicazione sull’accoglienza dello straniero, ma concretamente nell’allestimento di strutture atte a realizzarlo in modo umano e positivo che da anni sta svolgendo, a portarla a queste posizioni.

E’ una Chiesa che va controcorrente se incrociamo i suoi appelli con quello che il referendum ci ha detto; ma é bene che lo faccia! La sua è adesione al Vangelo quella che la porta a posizioni che a molti possono apparire poco in linea col proprio sentire. Questa la Chiesa profetica, questo il ruolo che pur nel realismo del suo vivere quotidiano a servizio di un gregge con le ansie e le inquietudini che questo vive, da cui non può deviare.

Nella ruvida concretezza dell’oggi, ha fatto grande piacere che anche un episcopato come quello americano, in gran parte non ostile alla nuova presidenza, abbia però alzato forte la voce contro la inaccettabile brutalità delle politiche di re-immigrazione. “Ero forestiero e mi avete ospitato” è un’affermazione evangelica che chiede di essere vissuta sine glossa, senza interpretazioni che ne impoveriscano l’irrinunciabile radicalità. Il messaggio che viene dal voto non può essere ignorato, così come l’obbligo allo slancio profetico nell’annuncio e nell’azione della comunità cristiana.

Anche a Modena e Carpi, gran parte delle strutture e comunità di prima accoglienza di minori stranieri nascono nell’ambito del mondo cattolico. E’ uno stretto legame fra il dire e il fare che è della Chiesa come deve essere.

Degli altri referendum non val la pena, adesso, di dir molto. Nati male, su questioni di tal complessità da essere estranei a qualsiasi soluzione binaria del Sì o del No, morti peggio, travolti da un astensionismo che sarebbe sbagliato attribuire a indifferenza, più di quanto non sia stata una opposizione alla scelta infelice di proporli.

                                                                                                    Mario Lugli