DIOCESI DI CARPI : SI CHIUDE A PASQUA
RIMPIANTI, SPERANZE E PROBLEMI
Sembra proprio che stavolta ci siamo. Don Erio a fine 2024 aveva auspicato che la nascita della nuova diocesi coincidesse con la chiusura dell’Anno Giubilare. Pare che con soli tre mesi di ritardo, un’inezia per i tempi della Chiesa, il traguardo sarà finalmente raggiunto, con soddisfazione di molti ma non senza qualche mugugno e diversi interrogativi aperti.
Il lavoro preparatorio è stato particolarmente complesso e non ancora del tutto concluso, soprattutto per il sovrapporsi, nello stesso lasso di tempo, degli impegni connessi allo svolgimento del Sinodo della Chiesa Italiana, e, per mons. Castellucci, del Sinodo dei Vescovi in Vaticano.
Siamo comunque alle battute finali, con il costituirsi delle Assemblee dei cinque Vicariati, la creazione di altrettanti “coordinamenti pastorali” e la nomina dei rispettivi VICARI: il tutto avverrà sulla base di terne presentate al Vescovo. Il resto dell’organigramma è quasi completato, e la macchina gestionale della nuova realtà ecclesiale potrà avviarsi definitivamente nel prossimo tempo pasquale, secondo l’auspicio/previsione di don Erio, ribadita di recente in un’intervista a Notizie.
L’autonoma esistenza di una Pieve di Carpi risale, come ben attesta la nostra Sagra, al lontano medioevo, ma la DIOCESI, giuridicamente intesa, finisce la sua storia, svoltasi sotto la guida di 19 Vescovi, dopo quasi due secoli e mezzo di vita. Le vicende di questo cammino, almeno fino all’anno 2000, sono state ricostruite e analizzate ampiamente nei due tomi editi, giusto vent’anni fa, dalla locale Fondazione Cassa di Risparmio.
Per luci e ombre di questo suo ultimo quarto di secolo manca finora un’indagine seria, che avrebbe potuto illuminare i segni dei tempi di un’estenuazione progressiva, che giustifica, ad abundantiam e con sempre maggior evidenza, l’inevitabilità della fusione con Modena, indipendentemente dalla volontà di ridimensionare le diocesi italiane più volte espressa da papa Francesco, e confermata dal suo successore.
Basti un dato: oggi, a fronte di 38 parrocchie, i presbiteri incardinati di formazione locale al di sotto dei 65 anni sono solo otto, di cui due già operanti altrove e un terzo intenzionato ad andarsene in altra regione ecclesiastica; inoltre quest’anno nel seminario interdiocesano per la prima volta non c’è alcun candidato al sacerdozio proveniente dal nostro territorio. A differenza di altre Chiese locali, qui si è operata la scelta, non da tutti condivisa, di far fronte a questo fenomeno col ricorso massiccio a benemerite risorse esterne, reclutate soprattutto in Africa e Asia, con immediati preziosi vantaggi, ma anche con i riconosciuti limiti che tale strategia pastorale ha palesato.
Certo non mancano taluni aspetti positivi fin qui prodotti dalla nostra plurisecolare autonomia, ma l’attuale astenia complessiva della diocesi ha imposto realisticamente, volenti o nolenti, di adeguarsi al processo unificatorio che sta giungendo ora al suo epilogo. Si spera che lo sforzo impiegato per configurare la gestione della futura entità ecclesiale, attraverso un utilizzo razionale delle risorse umane e materiali, le garantisca una rinnovata e capacità di essere davvero Chiesa missionaria, cioè che “evangelizza”; scopo primario dell’unificazione in atto, sottolinea don Erio.
Le cronache di questi giorni indugiano su ipotetiche particolari criticità relative a nomine già definite o a situazioni ancora in sospeso, a improbabili operazioni immobiliari, ad uno strapotere geminiano nella configurazione degli assetti della nascente nuova Arcidiocesi. Su quest’ultimo punto, a ben leggere l’organigramma quasi completato, si riscontra solo una lieve predominanza per quanto riguarda i DIRETTORI degli undici servizi pastorali (6 a 5), mentre sembra del tutto comprensibile la scelta, per il ruolo strategico di VICARIO EPISCOPALE per l’area pastorale, del modenese cinquantatreenne mons. Maurizio Trevisan, primo collaboratore di don Erio nel complicato processo fusionale.
Vedremo che succederà a Pasqua per le poltrone delle realtà non ancora formalmente unificate, a partire da quella di Vicario Generale. Circa lo schema complessivo, assai articolato nelle figure di direttore, referente e incaricato, è evidente che la macchina organizzativa può funzionare solo se chi ricopre la responsabilità di sovrintendere ad un servizio avrà la capacità, la volontà e il tempo di stimolare e controllare che gli obbiettivi individuati per l’area di attribuzione vengano effettivamente perseguiti, e possibilmente raggiunti. Altrimenti i servizi e gli uffici saranno solo caselle entro le quali ogni preposto agirà o meno ad libitum, come non di rado è accaduto in passato.
Altro punto delicato riguarda il rapporto che dovrà intercorrere fra servizi/uffici diocesani e gli organismi dei cinque grandi Vicariati, ciascuno dei quali, chiarisce il Vescovo “avrà una responsabilità in ordine alla formazione (laici, diaconi, presbiteri), alla gestione amministrativa (per quanto permesso dal Codice) e alle iniziative liturgiche”. In teoria tutto chiaro; nella prassi occorrerà vigilare su possibili inerzie, resistenze, fughe in avanti, eventuali conflitti di competenza.
Irrisolti rimangono alcuni importanti nodi, a partire dall’unificazione delle realtà, come l’informazione/comunicazione (settimanale, sito web, ecc.), o i beni culturali, tuttora operanti autonomamente in ciascuna delle due diocesi.
Nella ricordata intervista è ricomparso pure lo spettro di una Modena che ingloba Carpi. Mons. Castellucci promette che si farà il possibile per scongiurarlo, nel segno di una reciprocità feconda, per cui “sarà Modena che regala a Carpi alcune sue ricchezze e Carpi che ricambia Modena con le sue”. Ottimismo d’obbligo per il Presule, e forse per qualche tempo giustificabile. Ma, con lo scorrere della storia, rispettive dimensioni e numeri finiranno, temiamo inesorabilmente, per imporre il loro peso.
Pier Giuseppe Levoni

