LIBRO, QUADERNO E … COLTELLO?

Adolescenti violenti

Adolescenti violenti e ascolto

L’ennesimo episodio di violenza compiuto a scuola da un preadolescente, questa volta contro una delle sue insegnanti a colpi di coltello, mettendone in pericolo la vita, ha creato sbigottimento e innescato un dibattito con voci molto distanti fra di loro.

Un tredicenne che frequenta la III media in un paese della bergamasca è arrivato a scuola e dopo aver visto la sua prof di francese ha estratto un lungo coltello e l’ha aggredita con 4 colpi ferendola gravemente. Questa aggressione è stata da lui stesso ripresa e divulgata sui social.

Possiamo affrontare l’episodio, che è solo l’ultimo di una serie, chiamando in causa la psicologia, l’educazione in famiglia e a scuola e la politica.

Psicologi, psichiatri e psicoterapeuti ci dicono ormai da tempo che nell’adolescenza “gli ormoni producono una sregolazione emotiva dove la violenza non è mentalizzata”: è aggressività che non tiene conto delle conseguenze di un gesto. Se un ragazzino mentre accoltella la sua prof fa un video su Tik Tok è evidente che non ha paura delle conseguenze del suo gesto.

Gli smarthphone hanno cambiato le menti delle nuove generazioni, come suggeriscono molte ricerche, e sembrano essere più importanti delle famiglie, della scuola e della società.

Anche perché oggi le famiglie sono in difficoltà, la scuola ha perso centralità, gli insegnanti sono meno considerati e la società complessa è in continua e magmatica trasformazione e sembra offrire pochi punti di riferimento. Che cosa si deve fare allora di fronte a una situazione che sembra irreversibile?

Intanto non si deve lasciare che la politica affronti il problema con il solo approccio securitario, come il metal detector a scuola. Politiche esclusivamente repressive come quelle tese ad abbassare l’età per la carcerazione non hanno effetto su chi compie una violenza e non si preoccupa certo di finire in carcere.

Il vero problema da affrontare è quello educativo. “Questi nuovi giovani non sanno più com’è la scuola e quale sia il suo ruolo”, affermava qualche tempo fa lo psicoterapeuta G. Pietropolli Charmet.

La scuola deve essere un presidio educativo e sociale con la possibilità di tempi più lunghi, di fare sport di utilizzare gli psicologi. Occorre poi una diversa formazione per gli insegnanti e renderli capaci di educare anche alle emozioni; ad essi va inoltre riconosciuto uno stipendio più adeguato.

Naturalmente anche le famiglie vanno supportate con presidi territoriali e supporti psicologici.

Occorre una nuova alleanza tra adulti e in particolare tra scuola e famiglie, dal momento che le vecchie forme di alleanza che reggevano sino a qualche decennio fa oggi non funzionano più.

A questo proposito aggiungiamo il Manifesto firmato da Ammaniti, Vicari e Lingiardi, tre esperti di problemi giovanili, i quali affermano che il rafforzamento dei controlli e l’inasprimento delle sanzioni da soli non bastano per affrontare il disagio giovanile. E’ necessario investire in politiche educative a lungo termine. I risultati di queste azioni richiedono tempo e si otterranno solo se saranno tese a dare fiducia ai giovani che sono cambiati e che vanno ascoltati. Non si tratta di giustificare ogni loro azione, ma di capirli.

E a Carpi? Esiste un problema di violenza giovanile? Carpi non è diversa dalle altre città del Paese, ma per fortuna i casi come quello di cui si parla sono rari, anche se non impossibili.

                                                                                                            Renzo Gherardi