IL MIO CANTO (DI CHIESA) LIBERO

IL MIO CANTO (DI CHIESA) LIBERO

In una Messa ingessata e ripetitiva nelle formule e nei riti, le canzoni sono rimaste l’unico spazio di libertà.

Ogni tanto si torna sull’argomento. Lo ha fatto Avvenire, recentemente, ma anche i mass media laici non disdegnano di affrontare il tema quando in quando. Che sarebbe la frequenza alla funzione domenicale. Le indagini, manco a dirlo, rivelano che è sempre meno partecipata, in particolare dai giovani e dalle donne. Dalle nostre parti non ci meravigliamo, perché l’Emilia è sempre stata terra di gente così, ma esistevano aree d’Italia che potevano vantare una presenza del 40-50% e che ora sono ai nostri livelli, molto al di sotto della doppia cifra. Tuttavia, appena si accenna all’argomento, nel nostro ambiente si scatenano le opposte tifoserie, tra chi pensa che la liturgia andrebbe riformata da cima a fondo e chi invece pensa che la soluzione sia il ritorno al vetus ordo e alla Messa in latino. E così alla fine non cambia mai nulla (per modificare due parole nel Padre Nostro sono occorsi decenni di studi, analisi e discussioni), mentre la frequenza domenicale cala inesorabile, infischiandosene dei tempi lunghi e “sinodali” della Chiesa.

Se sulle cose che non funzionano nella celebrazione si potrebbe fare un lungo elenco, a mio avviso ce ne è una che invece ha funzionato sorprendentemente bene e persino contro le aspettative. Sto parlando dei canti.

In una Messa rimasta immobile nelle formule, nei riti e nelle letture, uguale a se stessa domenica dopo domenica, il soffio dello Spirito ha invece dimostrato una certa libertà di movimento sulle canzoni che, non si sa per quale miracolo, non sono state presidiate con rigore e fermezza da occhiuti ecclesiastici. Dalla fine del Concilio ad oggi c’è stata un’evoluzione incessante, fatta anche di errori e di sperimentazioni, ma che ha portato a un arricchimento della funzione domenicale: sono spuntate corali in tante parrocchie, i canti sono stati armonizzati in gradevoli polifonie con nuovi strumenti, le melodie si sono fatte accattivanti e i testi interessanti.

Forse perché le cose stavano andando troppo bene, una ventina di anni fa qualcuno pensò di dare un giro di vite e partì l’ordine alle Diocesi di istituire commissioni per controllare, verificare e mettere all’indice le canzoni sconvenienti. Un maccartismo clericale che di colpo bandì dalle celebrazioni canzoni come Resta qui con noi o Cristo non ha mani, ma che poi andò a sbattere contro pilastri del devozionismo del calibro di  Andrò a vederla un dì, O Santissima o Piissima e Tu scendi dalle stelle. Perchè se decidevi di bruciare quelle canzoni là, colpevoli di un eccesso di sentimentalismo e di dubbio rigore teologico, con che faccia poi decidevi di salvare queste? Soltanto perchè facevano parte della tradizione e perciò non andavano toccate? E così, impantanati nella palude delle incoerenze, i roghi si spensero nel giro di pochi anni, lasciando il canto libero di esprimersi e di evolvere, di aderire al mutamento della sensibilità dei cattolici e, in ultima istanza, di portare nella funzione domenicale quell’alito di novità capace di attrarre i fedeli invece di respingerli.

Saverio Catellani