CANTO DI NATALE

Canto di Natale

La tendenza all’infantilismo nella Chiesa cattolica è una delle cause di abbandono della frequenza domenicale. Tuttavia, è un tema che non sembra scaldare granché le gerarchie. Persino i padri sinodali hanno preferito sorvolare e concentrarsi su altri temi.

Quand’ero piccolo, il mio canto natalizio preferito era Tu scendi dalle stelle, più ancora di Astro del ciel. Non soltanto per una questione di melodia, ma anche di testo. Quello di Astro del ciel era troppo astruso. Che cosa significava “tu che i vati da lungi sognar”? E “mite agnello redentor”? Boh. Poi, crescendo, ho finalmente capito che cosa stavo cantando e ho iniziato a provare un certo imbarazzo quando in Avvento mi toccava cantare il mio canto preferito. La visione di Gesù che scendeva dalle stelle, che tremava di freddo nella grotta e che soffriva per colpa mia, perché mi aveva amato, mi metteva in difficoltà. Strideva con gli studi storiografici e l’evoluzione della teologia (parallelamente alla mia sensibilità religiosa).

San Paolo nella Prima Lettera ai Corinzi scriveva: “Quando ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino; ma quando sono diventato uomo, ho smesso le cose da bambino”. Ci sta dunque, anche in ambito cattolico, che ci sia una differenza tra il modo di pensare infantile, caratterizzato da una visione limitata e da una prospettiva più semplice, e quello adulto, che diventa più complesso e maturo con il tempo e l’esperienza. Tuttavia, questa inevitabile evoluzione viene sovente messa tra parentesi nelle celebrazioni liturgiche, dove molti parroci preferiscono tendere al minimo comune multiplo invece di puntare al massimo comune denominatore. Ovvero, tendono a livellare tutto verso il basso. Non parlo soltanto delle omelie (“Eh, sapete, devo farmi capire da tutta l’assemblea… Gesù usava le parabole, no?”), ma anche delle canzoni e dei simboli, come se l’assemblea fosse sempre composta da fanciulli. Fanciulli che nella realtà delle nostre Messe sono sempre meno, un po’ per il calo demografico e un po’ per una pratica religiosa globalmente in discesa. Sopravvive qualche lupetto e qualche bambino del catechismo, che fornisce l’alibi ai preti per giustificare certe semplificazioni omiletiche che scivolano di frequente in banalità puerili (Gesù è amore, la pace è bella, la guerra è brutta…).

La presenza di bambini a Messa, per quanto molto ridotta, mi ha sempre suscitato qualche perplessità. Mi chiedo che cosa spinga oggi un genitore a sottoporre suo figlio, magari in età prescolare, a quella sorta di supplizio domenicale. E non per una comprensibile assenza di supporto domestico (nonni, baby-sitter…), ma proprio come atto di volontà. Ormai è un dato acquisito che i bambini non facciano i salti di gioia per andare a Messa e che mandarli ogni domenica fino alla Cresima non serva a creare quella “buona abitudine” che li porterà a frequentare la chiesa fino alla tomba. L’esperienza dice altro. Persino l’opposto. Ricordo un compagno di catechismo di mia figlia che, dopo la Cresima, sbuffò sollevato: “E adesso in chiesa non ci metterò più piede finché non mi sposo!”

Forse le lodevoli intenzioni dei genitori che ritenevano importante “creare un’abitudine” potevano valere ai miei tempi, quando la frequenza domenicale era la condicio sine qua non per rispettare il comandamento di “santificare le feste” e la cui inosservanza poteva procurare brutte sorprese nell’Aldilà. Adesso l’equazione niente Messa-niente Paradiso, tanto semplice e immediata quanto angosciante, non è più plausibile e la strada si è fatta giocoforza irta. I fedeli devono convincersi intimamente della bontà della partecipazione, non basta più minacciarli con i Novissimi o instillando loro il senso di colpa per l’ingratitudine dimostrata verso Gesù, morto per la remissione dei loro peccati.

E torniamo allora a San Paolo che, duemila anni fa, scriveva: “quando sono diventato uomo, ho smesso le cose da bambino”. E, visto che siamo in Avvento, si potrebbe iniziare limitando Tu scendi dalle stelle agli incontri natalizi dei bambini del catechismo.

Saverio Catellani