SFASCIARE VETRINE

Su violenze di giovanissimi a Milano e a Carpi

di Mario Lugli

Fanno tanta tristezza le immagini ricorrenti di questi giorni sulle violenze, a Milano e non solo, da parte, da quel che si è saputo, di adolescenti. Si aggiunga la totalità gratuità dei gesti distruttivi, la cieca violenza del branco e, notato da pochi, la quasi totalità maschi. Ad aggravare lo stato d’animo di chi ha gli anni che ho io, la ripetizione e ricorrenza degli stessi atti a distanza di pochi anni e la deprimente sensazione del già visto.

Anche Carpi ha avuto nei mesi scorsi casi di violenza di branco nella forma dello scontro fra bande con protagonisti del tutto simili alle vicende milanesi: giovanissimi,   minorenni e in gran prevalenza maschi.

Profili e atti che ricorrono e che si prestano a spiegazioni del tutto simili.

Si deve partire dalla giovane età e, per brutto che possa apparire, questi gesti appaiono essere forme esasperate di emancipazione e attestazione del bisogno di essere riconosciuti dagli altri e da se stessi come pienamente padroni di sé, del proprio destino, come soggetti che hanno raggiunto l’indipendenza. Se c’è una pulsione ribelle è nei confronti delle uniche istituzioni che, a quell’età, fanno parte del loro vissuto: famiglia e scuola.

Niente legittima a immaginare che, l’attacco ai negozi del centro di Milano, abbia a che vedere con motivazioni politiche, con impulsi anticapitalistici o altro. C’è sicuramente l’orgoglio arrogante del prendersi qualcosa nei luoghi del lusso e la voluttà di appropriarsi con la forza di oggetti del desiderio, più per l’atto in sé che per l’oggetto in quanto tale. Nessun esproprio proletario dunque.

È l’esibizione del presunto e illusorio raggiungimento di un affrancamento che si realizza in forza della solidarietà di gruppo della cui forza per la prima volta, probabilmente, ci si rende conto. È, si può sperare, l’ultimo gesto dell’adolescenza al di là della loro convinzione che sia invece il primo della raggiunta maturità.

Che a Carpi la cosa si sia realizzata nello forma dello scontro fra gangs mentre a Milano in quella dello sfascio di vetrine cambia poco: siamo sempre nella modalità di un’adolescenza che si illude di non esserlo mettendo in campo coreografie di massa di tipo bellicista.

Nel cercare di capire noi arriviamo fino a qui; ma capire non è giustificare. Per coloro che sono stati fermati e riconosciuti responsabili non deve mancare da parte dell’autorità la risposta di natura sanzionatoria: chi ha fatto violenza e ha sfasciato deve essere punito, in forme non vendicative fiduciosi della competenza e sensibilità di coloro che avranno il compito di occuparsi dei colpevoli. Senza, peraltro, bisogno di nuove norme utili solo per un titolo di giornale e l’ennesima ipocrisia del potere.

Se, nel tentativo di individuare ciò che sta all’origine di comportamenti di questa natura, non siamo andati lontano dalla verità, quello che ci sentiamo di suggerire è il principio che le vite dei nostri ragazzi devono essere riempite di esperienze e collocate in spazi che ne accompagnino la crescita e il bisogno sacrosanto di autonomia. Facile fare l’elenco: scuole, oratori, parrocchie, centri sportivi e ricreativi al servizio di momenti di socialità necessariamente misti e arricchenti. E, fondamentale, reali e non virtuali!

Nel fine settimana non c’è stato solo quello. In molte città si sono svolte manifestazioni di natura più “politica” nel senso ampio del termine e, grazie a Dio, quasi sempre pacifiche.

Isolando in modo netto le motivazioni di queste ultime da quelle dei ragazzi, non ci sentiamo di condividere il giudizio liquidatorio che da più parti, specialmente all’estero, ne è stato dato. I cortei contro il carovita, per la casa e altre comprensibili ragioni sono un segno di vitalità e, più di quello che si possa immaginare, di fiducia nella capacità della politica, delle istituzioni di poter fare qualcosa per migliorare la vita di tutti.

Ben vengano dunque. È un buon Occidente anche questo.

Quello che risulta desolante è che in Russia, tanto per non girarci intorno, dopo cinque anni di una guerra disastrosa, dopo centinaia di migliaia di morti, a fronte di un’economia al collasso con la precisa responsabilità di un sanguinario criminale che con ostinazione degna di ben altre cause non accenna a voler interrompere questa tragedia, non si sia visto un corteo, una manifestazione di protesta o qualcosa che attesti una reazione da parte di un popolo che si merita ben altro: questo è un vero enorme problema, questa forma di desolante anestesia collettiva della società russa.

Abbiamo di che essere orgogliosi dei manifestanti di Parigi e Milano, segno di ben altra vitalità e maturità politica.