Alla ricerca del riformismo perduto

La CGIL e la società modenese che cambia

Come ci dice la Gazzetta di Modena del 2 settembre, arriva  ultimo, ma non rimarrà tale a lungo, altri seguiranno certamente, Alessandro De Nicola il segretario provinciale della CGIL, nel commentare e trarre alcune conseguenze dagli andamenti demografici della nostra provincia così come attestati dalle rilevazioni dell’Osservatorio demografico provinciale.

 La principale, stranota, è quella sull’invecchiamento della popolazione. La percentuale più interessante è quella che riguarda i nuclei familiari, in particolare quelli formati da una sola persona: siamo a un sorprendente 37,7% quasi un terzo del totale. Quello che più interessa è che il 15,5% sia formata da anziani soli in aumento del 6,6% rispetto al 2021!

Senza girarci troppo intorno: una società in decadenza. E forse quella modenese lo è meno di tante altre.

 De Nicola rileva come occorra “prendere coscienza di come nella transizione demografica e nella trasformazione nella composizione delle famiglie hanno inciso anche la perdurante crisi economica, la riduzione del potere d’acquisto dei lavoratori e l’aumento della precarietà”.

In conseguenza di ciò è necessario prevedere l’aumento delle risorse destinate all’assistenza e alla non autosufficienza.

Tutte cose vere, va dato atto a De Nicola, e nondimeno annunciatissime da anni.

Lo stesso giorno, la Repubblica di Bologna, ad arricchire il cahiers de doléances, dava conto del problema dei precari della scuola che in questi giorni si confrontano con la periodica assegnazione delle classi in un furibondo tourbillon reso più amaro dal costo degli affitti e dalla modestia degli stipendi per i tantissimi che vengono da fuori regione.

Il gioco che vogliamo fare è quello di vedere, in filigrana, l’immagine che queste due realtà ci trasmettono, “unire i punti” va di moda dire oggi.

In entrambi i casi siamo di fronte a difficoltà che hanno a che fare con problemi insieme esistenziali ed economici.

Quelli della crescita della popolazione anziana, sola e senza assistenza è aggravata dall’esodo di tanti ragazzi, a cui De Nicola fa cenno, che abbandonano anche una realtà prospera come quella modenese, attratti da condizioni di lavoro e di vita più interessanti all’estero.

 Un patrimonio che svanisce.

Nel secondo caso una popolazione giovane che arriva soffocata da un costo della vita sempre più oneroso, prontissimi ad abbandonare la nostra provincia, le nostre città non appena si configuri la possibilità di un trasferimento al Sud dove le spese di mantenimento sono molto meno gravose che da noi.

 Impossibile dare loro torto.

Siamo alla risaputa e dibattutissima questione dei salari bassi in Italia.

E qui, per non perdere l’abitudine alle osservazioni un po’ abrasive, ci verrebbe voglia di chiedere al segretario De Nicola: è proprio così utile la totale avversione del suo sindacato, la CGIL, a qualsiasi ipotesi di contrattazione differenziata a livello territoriale anche per i lavoratori del pubblico impiego, differenziazioni che tengano conto del costo della vita assai variabile alle diverse latitudini dell’Italia? La contrattazione collettiva nazionale è la sola e unica o principale modalità per determinare il giusto reddito? Sbagliamo noi a ritenere che il riformismo debba confrontarsi coraggiosamente con la realtà così com’è piuttosto che rimanere attaccato ad astrazioni dogmatiche/ideologiche che si rivelano, a nostro giudizio, nocive?

Sia i giovani che vanno all’estero che quelli che vengono da noi per istruire i nostri ragazzi crediamo meritino una risposta. Noi sia dei primi che dei secondi ne abbiamo conosciuti parecchi e il problema che solleviamo è quello da loro maggiormente sentito.

Qui più in generale viene da porsi un problema sul riformismo e la capacità degli attori politici e non solo di proporre interventi coraggiosamente innovativi.

La percezione è che l’attenzione che i media, quelli tradizionali in particolare, dedicano al dibattito politico, sia assai superiore e del tutto spropositato rispetto alla capacità e spesso volontà che governo, parlamento, partiti hanno di sostenere riforme che abbiano il carattere dell’incisività e forza trasformativa.

Ci attendono i giorni malinconici della finanziaria. I giornali si riempiranno di pagine con schemi e analisi delle proposte del governo. Come per tutti gli anni passati, in tempi grami come quelli attuali, lo sforzo sarà quello di far credere di avviare poderose politiche che invertiranno la rotta della società italiana.

 Sfido chiunque a citare quale proposta delle finanziarie degli ultimi dieci anni, anni in cui tutti gli attuali protagonisti della scena politica hanno avuto ruoli di governo, ha avuto questo potere taumaturgico.

Siamo in un mondo che si accontenta di simboli, un po’ come i conquistadores conle loro collanine di vetro per gli indigeni.

                                                                                                 Mario Lugli