OTTO VESCOVI DI CARPI NEI MIEI LUNGHI ANNI

Sono nato pochi mesi dopo l’arrivo in diocesi di mons. CARLO de FERRARI (11/2/’36) e sicuramente, nel quinquennio della sua permanenza fra noi, mia madre mi ha condotto più volte in Cattedrale ad assistere a qualche cerimonia da lui presieduta. Ma non mi rimaneva alcun ricordo particolare se non la sua massiccia figura, certo anche riprodotta in qualche immagine circolante per casa.

Mi aveva però sempre incuriosito il prestigioso incarico di vescovo-principe, titolo storico poi soppresso, di TRENTO, la sede cui fu trasferito da Pio XII. Così nell’ottobre ’61, quando mi trovai ad insegnare in Val di Cembra, scesi nel capoluogo atesino con il desiderio di salutare il mio primo Vescovo. Fui fortunato. Si stava concludendo in Cattedrale un solenne rito funebre con i neri paramenti preconciliari. Al termine mi recai nella grande sagrestia e chiesi di poterlo salutare. Mi presentai come carpigiano, provvisoriamente emigrato nella sua giurisdizione. Fu estremamente cordiale e mi chiese notizie, dimostrandosi perfettamente informato dello sviluppo economico che la nostra città stava conoscendo in quella fase. Pur nel sorriso, i segni eloquenti di una vecchiaia sofferente.

Del suo successore, il barbuto cappuccino mons. VIGILIO FEDERICO DALLA ZUANNA (1941-52), ho alcuni nitidi ricordi: anzitutto il suo schiaffetto, con cui si compiva allora il rito della Cresima, nella primavera del ’43.  Fino alla sua partenza da Carpi, come chierichetto prima e poi come membro dalla corale a tre voci Perosi, fondata e formata dall’infaticabile Don Vincenzo Benatti, ho partecipato a tanti pontificali in Cattedrale. Indimenticabili la fluidità e la chiarezza delle le sue omelie, con l’immancabile incipit “Dilettissimi figli”. Non per nulla era stato predicatore in Vaticano.

Nei decenni successivi, quando mi capitava di ripensare alla sua guida pastorale fra noi, mi ha sempre inseguito lo stupore per il diverso tasso di fermezza messo in attonel governare i problemi in tempi assai difficili. Da un lato la coraggiosa determinazione con cui affrontò drammatiche situazioni con gli occupanti tedeschi, come il tentativo, non riuscito, di impedire la fucilazione al Poligono di Cibeno di 67 detenuti nel Campo di Fossoli; e la trattativa positivamente condotta per modificare la loro decisione di operare una furiosa rappresaglia a Limidi con distruzione di edifici e uccisione di prigionieri. Dall’altro la flebile, quasi privata reazione all’uccisione del SUO prete don Francesco Venturelli, e la debole condiscendenza nei confronti della disordinata conduzione amministrativa e delle conclamate scelte politiche di Nomadelfia, causa determinante del suo forzato allontanamento dalla nostra diocesi.

La lunga stagione fra noi di mons. ARTEMIO PRATI (1953-1983) coincise con una larga parte del mio impegno associativo e politico. Sotto la spinta del Bianco Padre che da Roma, il laicato cattolico promosse e sostenne una serie di organismi “di presenza” che anche a Carpi ebbero straordinario sviluppo e vitalità. Fui così impegnato in ruoli dirigenziali nell’Azione Cattolica, nell’AIMC, nella FUCI, nell’UCIIM, nelle ACLI, nel Centro Sportivo Italiano e nel Centro Turistico Giovanile.

Conservo un documento che riporta le conclusioni del Vescovo a un convegno semiclandestino di più giorni a “Villa Pia”, struttura esotica dei geddiani Comitati Civici, sul Lago d’Orta, cui furono precettati tutti i presidenti diocesani e parrocchiali dell’AC. Correva l’anno 1956 e, a livello nazionale, la DC stava meditando su un possibile futuro governo con il PSI.  Fummo ammoniti: “In particolare attenti a non cedere alle lusinghe di decantate distensioni, aperture…L’unica apertura accettabile è quella che permette l’entrata di Cristo nella vita degli individui, nella famiglia, nel mondo del lavoro e dell’intera società”. Qualche anno dopo nasceva il primo governo organico centro-sinistra.

Mi sono sposato nella cappella della nuova Casa dell’Azione Cattolica, voluta allora dal vescovo Artemio, ristrutturando, in via Rocca, l’edificio che ospitava lo storico cinema-teatro LUX, la vecchia sede del Circolo ACLI e la biblioteca per ragazzi “Don Bosco”. La Casa disponeva di un’ampia sala-conferenze, ove per anni si svolsero affollati incontri e corsi dell’allora fiorente organizzazione dei docenti cattolici e le lezioni dell’”Istituto Maria Immacolata”, un tentativo di fornire occasione sistematica di formazione per adulti, spentosi nella crisi della fase post-conciliare che investì anche la nostra realtà ecclesiale.

Come Segretario della DC carpigiana (1971-81) ho avuto frequenti occasioni di incontrarlo senza mai subire pressioni di sorta, pur nelle diverse sensibilità politiche, giacché era dotato di quella lucidità diplomatica, che aveva assorbito al piacentino Collegio Alberoni.

L’arrivo di Mons. ALESSANDRO MAGGIOLINI, proveniente da prestigiosi incarichi nella diocesi ambrosiana, costituì un positivo trauma per la nostra diocesi. Durante la sua breve ma stimolante ed innovativa presenza fra noi (1983-89), alcuni settori pastorali (comunicazione, cultura, memoria storica, dottrina sociale, Caritas) ebbero un solido impulso. Come Capo-Gruppo DC in Consiglio Comunale lo incontrai più volte nel suo studio in vescovado. Si conversava fra colonnine di libri in precario equilibrio sul pavimento e volute di fumo di sigaretta, cui non sapeva rinunciare e che influì non poco, credo, sulla malattia che ne provocò la morte quando era ormai vescovo emerito a Como. Singolare e molto gradita ai fedeli la sua abitudine di scendere in Duomo per celebrare la messa feriale del tardo pomeriggio. Le sue riflessioni sempre puntuali, rigorosamente limitate ai tre minuti, lasciavano anche in me il segno; e c’era chi le registrava sistematicamente.  

Con mons. BASSANO STAFFIERI (1989-1999) ebbi il primo contatto il giorno della sua ordinazione episcopale a Lodi il 9 settembre 1989. La nostra micro delegazione era composta da mons. Giuseppe Tassi, Romano Pelloni e il sottoscritto. Al termine della cerimonia, officiata dal Presidente della Cei, card. Ugo Poletti, avemmo uno scambio di battute col nostro nuovo Presule, la cui affabile cordialità si sarebbe poi confermata negli anni della mia collaborazione in diocesi, essendo ormai libero da impegni professionali e ruoli politico-amministrativi.

Mi chiese di accettare l’incarico di Referente Diocesano del Progetto Culturale della Chiesa Italiana, auspicato dal “Convegno Ecclesiale” di Palermo ’95 e avviato concretamente nel 1997. Volle inserirmi nel Consiglio Pastorale Diocesano per agevolare il raccordo fra le problematiche locali e gli obbiettivi proposti da Progetto medesimo. Questa situazione si perpetuò con l’arrivo di mons. ELIO TINTI (2000-2011), durante il quale mi premurai, con articoli su Notizie e appositi incontri con il clero e con le aggregazioni laicali, di pubblicizzare le tematiche affrontate a Roma nei convegni e incontri di studio. Con la sua approvazione e il robusto sostegno del Vicario mons. Regattieri fu creata l’Associazione FEDE e CULTURA che sviluppò varie iniziative, fra cui i “Martedi di S. Ignazio”, che videro l’intervento di qualificati esperti.

La strada poteva conoscere un ulteriore positivo sviluppo con l’avvio di un SEGRETARIATO Diocesano per il Progetto Culturale, ma s’interruppe bruscamente, dopo la partenza per Cesena di mons. Regattieri, e l’arrivo di mons. FRANCESCO CAVINA (2012-2019). Nel tardo pomeriggio del 5 febbraio, dopo la cerimonia del suo ingresso in diocesi, si svolgeva nell’ Aula Magna del Seminario un incontro festoso di benvenuto. Colsi l’occasione per consegnare al suo segretario pro-tempore una relazione dettagliata su tutte le iniziative svolte, e la proposta di successive attività in ambito culturale. Non ebbi mai riscontro

Negli anni seguenti, prendendo atto che l’indubbia capacità decisionale del Vescovo si svolgeva però in forme marcatamente autocentrate di governo pastorale, che ignorava totalmente anche la nostra disponibilità a collaborare, fu sciolta FEDE e CULTURA.  Nel 2017 assieme ad alcuni amici si è data vita al Gruppo di Studio SCINTILLA, con blog e pagina fb. In diversi articoli analizzammo con parresia le criticità che emergevano sempre più evidenti nella conduzione della Diocesi, fino alle dimissioni del Presule, precedute e seguite da tre sue discutibili esternazioni durante solenni celebrazioni liturgiche in Cattedrale.

Il carattere mite e disponibile di mons. ERIO CASTELLUCCI (giugno 2019-) ha cambiato radicalmente il clima relazionale fra il Pastore e il suo gregge. Ha ricevuto subito il nostro Gruppo in episcopio a Modena e ci ha incoraggiato a contribuire all’analisi dei problemi della realtà diocesana e a fornire spunti utili al confronto. Personalmente ho seguito in questi anni con attenzione il suo impegno a livello nazionale, specie nella conduzione del Sinodo della Chiesa Italiana, ora giunto alla sua fase attuativa con la divulgazione delle Linee di Orientamento Radicati e Costruiti in Cristo.

Ho letto e commentato sul blog i libri che ha pubblicato in questi anni, segno di un impegno culturale e divulgativo degno di miglior attenzione anche a livello locale. Purtroppo gli incarichi a Roma hanno però determinato ricadute non sempre positive nelle due diocesi sotto la sua giurisdizione, malgrado il suo generoso prodigarsi per essere presente sul territorio dal Cimone a San Martino Spino.

 Due esempi: nonostante il pubblico e reiterato riconoscimentodel martirio e della santità sacerdotale di don Francesco Venturelli, ucciso nel clima di odio socio-politico dell’immediato dopoguerra, sono così occorsi oltre quattro anni di sollecitazioni per ottenere dal Vescovo l’autorizzazione all’AVVIO DELLA CAUSA di BEATIFICAZIONE del Parroco di Fossoli.  Né da quel momento risulta che “i competenti organismi diocesani” a ciò da lui incaricati abbiano fatto alcunché. Con ben altra solerzia a Modena sono state condotte avanti analoghe pratiche per il “sindaco di Dio” Giuseppe Castagnetti, riconosciuto Venerabile nel marzo scorso, e per don Elio Munari, ucciso dai nazifascisti il 16 luglio 1944, il cui iter sta compiendo passi importanti.

 Altrettanto inspiegabile mi è parsa l’indicazione pubblica, da parte di don Erio, di date precise per l’UNIFICAZIIONE FORMALE delle due diocesi, quando a tutt’oggi si naviga fra le nebbie circa i tempi di chiusura della complessa operazione. Insomma al timone qualche incertezza si nota.

Stimo e voglio bene al mio Vescovo, per cui prego e gli auguro, essendo ora in qualche misura ridotti gli impegni a Roma, che possa affrontare con maggior determinazione i problemi locali e règere con maggior efficacia la complessa e delicata situazione delle nostre due comunità ecclesiali, nel non facile cammino di una sempre più piena integrazione.

PIER GIUSEPPE LEVONI