Il 7 gennaio 1980, presso la comunità riformata di Amburgo, si tenne un incontro pubblico fra l’intellettuale e diplomatico ebreo austriaco Pinchas Lapide, all’epoca docente all’American College di Gerusalemme, e Jürgen Moltmann, pastore e teologo tedesco che insegnava Teologia sistematica a Tübingen. I materiali dell’intensa conversazione – il cui argomento fu Israele e Chiesa: camminare insieme? – sono stati poi pubblicati in italiano presso Queriniana. I due interventi, letti oggi, non hanno perso il loro valore né la loro pregnanza, anzi: si spaziò dalla necessità di una teologia cristiana di Israele all’interpretazione ebraica della Chiesa, dal senso di fare teologia dopo Auschwitz al ruolo dello stato d’Israele in relazione alla promessa biblica della terra, con notevole libertà di spirito. Il cuore del contributo del teologo luterano riguardò l’auspicata possibilità che ebrei e cristiani si cimentino a “edificare una comune speranza”, dato che “la cristianità attende e spera insieme a Israele la futura redenzione del mondo”: e “se (la Chiesa) spera non nella propria glorificazione e trionfo ma nella vittoria della giustizia di Dio e nella redenzione del mondo, questa sua speranza potrà essere soltanto una speranza che include Israele, non una che lo esclude”. In sintesi: “Israele era ed è il popolo della speranza. Per mezzo di Israele il senso della speranza è entrato nel mondo delle ripetizioni. L’ebraismo va considerato la prima e originaria religione escatologica”.
A questa prospettiva lo stesso Moltmann aveva dedicato, a metà degli anni sessanta, un volume di straordinario successo, destinato a diventare una pietra miliare della teologia novecentesca, intitolato appunto Teologia della speranza, la cui tesi fondamentale è che “il cristianesimo è escatologia dal principio alla fine, e non soltanto in appendice: è speranza, è orientamento e movimento in avanti e perciò è anche rivoluzionamento e trasformazione del presente”. A suo parere “l’elemento escatologico non è una delle componenti del cristianesimo, ma è in senso assoluto il tramite della fede cristiana, è la nota su cui si accorda tutto il resto, è l’aurora dell’atteso nuovo giorno che colora ogni cosa della sua luce”; mentre la rinuncia ad assumere le categorie dell’escatologia e dell’apocalittica come cruciali e costitutive avrebbe spesso causato la riduzione della teologia a “una fotocopia imbruttita dei messianismi secolari novecenteschi”.
Una virtù bambina
Soffermarsi su Moltmann, leggere o rileggere questo suo testo, meglio insieme a quello di Lapide, figura chiave del dialogo cristiano-ebraico, ai miei occhi è un buon viatico per approfondire il senso autentico del Giubileo del 2025, ormai in dirittura d’arrivo, il cui motto è, com’è noto, Pellegrini di speranza. Andando oltre il clamore mediatico, gli (inevitabili?) aspetti folkloristici e il fatto che tra il Giubileo biblico e quello avviato nella cristianità da Bonifacio VIII sussistono enormi differenze: pellegrini, in ogni caso, e non fari o diffusori, che potrebbe risultare pretenzioso, ma viandanti, in cammino con tutti, ognuno con il proprio fardello e le proprie risorse (come ci ha ricordato qualche mese fa il vescovo Erio).
Certo, il rischio di quest’anno giubilare è che si faccia un’overdose pletorica di discorsi sulla speranza. Siamo chiamati a riflettervi, ma con juicio. “È sperare la cosa difficile/ a voce bassa e vergognosamente./ E la cosa facile è disperare/ ed è la grande tentazione”: il poeta Charles Péguy la celebrava così nel poema Il portico del mistero della seconda virtù (1911), dedicato alla seconda virtù teologale, la virtù bambina e sorella più piccola delle altre due, fede e carità.
Centrotrenta anni prima, alla fine della Critica della ragion pura, Immanuel Kant si era posto l’eterna domanda cruciale per ogni uomo: “In cosa posso sperare?”. E’ davvero così: si tratta di una questione decisiva e insieme complessa, ineludibile se ci sforziamo di vivere un’esistenza piena e dignitosa. Nondimeno, affrontando questo tema, la retorica a basso prezzo è sempre in agguato. Papa Francesco, più volte, parlando ai giovani e ai migranti, ha fatto ricorso a una formula suggestiva: “Non lasciatevi mai rubare la speranza!”.
La questione di cosa, e di come, si possa sperare, qualche decennio fa, alla luce della tragedia del secondo conflitto mondiale, era tornata prepotentemente in auge nella filosofia e nella teologia europee, in primo luogo grazie a due opere dal vasto impianto quali Il principio speranza del filosofo marxista Ernst Bloch (tre volumi, dal 1954 al ’59, secondo i quali “l’importante è imparare a sperare”) e appunto Teologia della speranza di Moltmann. In pochi anni, però, il dibattito, gradualmente, si spegnerà. Al posto del principio-speranza, si tenderà a preferire un più prudente, pur se necessario, principio-responsabilità.
Sperare, impresa ardua
Sta di fatto che, in questa stagione, lo spazio per la speranza, non solo virtù teologale ma anche sentimento umanissimo e indispensabile a ogni esistenza, appare particolarmente angusto. Sì, sperare è diventata un’impresa ardua, soprattutto alle nostre latitudini e nel vecchio continente: l’esperienza scioccante e non rielaborata della pandemia globale, l’emergenza climatica con i suoi molteplici effetti rovinosi, le crisi energetiche, il rigetto dilagante verso l’attività politica e le istituzioni in genere (si pensi alla crescente disaffezione verso il voto in ogni tipo di elezioni), le guerre più o meno raccontate dai media, non sono che alcuni fra i tasselli del problema. E’ sufficiente il senso comune, del resto, a farci quotidianamente a percepire nell’aria e nel dibattito pubblico un impasto sgradevole di malessere diffuso, depressione cronica e sfiducia generalizzata nel prossimo, in un vortice di negatività cinica che ci impedisce di scommettere sul domani: e i cristiani, in maggioranza, non fanno eccezione. E chissà se ci sarà, un domani! “Speriamo in bene” è l’augurio quotidiano degli amici che s’incontrano per caso, ripetuto più volte senza neppure pensarci… mentre le profezie dal sapore apocalittico collegate al deterioramento ambientale contribuiscono ulteriormente a favorire il propagarsi di un sentimento rassegnato di catastrofe incombente. La caduta verticale della natalità, fenomeno quanto mai evidente in Italia, se ha certo molteplici cause e altrettante chiavi di lettura realistiche, non aiuta a migliorare la panoramica accennata, anzi. Ed è la disperazione, o la disperanza come si sta prendendo a chiamarla con un neologismo felice, assai più che la speranza, a proporsi come cifra inevitabile del nostro mondo in fuga.
Mi domando, perciò: è ancora possibile, e soprattutto sensato, un investimento fiduciario su questa virtù bambina, una scommessa sull’ipotesi augurabile che l’avventura umana conosca – teatro di un’inesausta lotta fra potenze del Bene e del Male – un fine, e non solo una fine? Adrien Candiard, giovane domenicano francese di stanza al Cairo, ne è convinto, tanto da avervi dedicato pagine preziose, con l’obiettivo di smontare una gran parte di luoghi comuni al riguardo, sostenendo che è qui che Dio chiama il credente a diventare un acrobata, vale a dire a guardare il mondo con gli occhi della fede. A partire dal fatto che la speranza sarebbe in effetti una virtù ben povera di senso, se consistesse semplicemente nel tentare di autoconvincerci che domani tutto funzionerà per il meglio, come illusoriamente ci siamo ripetuti e abbiamo scritto per ogni dove, in una sorta di vano esorcismo collettivo, nei primi mesi del lockdown cinque anni fa. Per questo, Candiard prende le distanze dall’idea di Peguy secondo cui la speranza sarebbe accostabile a una piccola bambina: la speranza del credente, al contrario, ai suoi occhi andrà paragonata semmai a una donna già anziana, che, non essendo più in grado di fare affidamento sulla giovinezza o sulla bellezza e non avendo più particolari illusioni, ha però imparato a fidarsi di Dio, e solo di lui. Se del futuro, peraltro, non sappiamo nulla, egli sostiene, affermare che, per sua natura propria, l’avvenire apporterà le soluzioni è una professione di fede affascinante, ma perfettamente gratuita. La storia dell’umanità, in realtà, ha avuto a che fare molto più spesso con risvegli da dopo-sbornia che con domani-che-cantano; e ha subìto un’infinita dose di docce fredde, dopo i dolci sogni legati a qualche timido sole dell’avvenire. Tanto che, se si ragionasse pacatamente, in fondo converrebbe professarsi pessimisti: in tal modo sarebbe più probabile la possibilità di ritrovarsi di fronte a belle sorprese inattese… Eppure, è proprio lo scenario culturale attuale a rendere la speranza una virtù antropologicamente più necessaria che mai: a patto che la si comprenda davvero, senza confonderla con il semplice ottimismo o con un vago sentimento, sulla scorta del famigerato “io penso positivo”. Anzi, la speranza autentica è forse proprio il contrario dell’ottimismo…
L’unica promessa
Dovremmo custodire gelosamente il messaggio biblico sulla speranza. Perché l’esperienza così drammaticamente attuale della fragilità umana e delle sue istituzioni la sperimentarono già, in diversa misura, gli uomini e le donne della Bibbia: ora cercando un rimedio riponendo una fiducia sconfinata nel Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe; talvolta non riuscendo a trovare risposte convincenti alla propria ricerca di senso, fino a urlare contro il cielo, bestemmiando senza ritegno di fronte al male pervasivo e morendo nel dubbio di avere sprecato la propria esistenza. Ma anche perché, come mostrano le vicende del profeta Geremia, una simile attitudine conferma che l’autentica speranza non ha nulla a che fare con il banale ottimismo. Per difendere le ragioni di uno sperare efficace, egli – pagando certo un prezzo umanamente altissimo – ha accettato di subire le aperte persecuzioni di quanti esortavano il suo popolo a non temere nulla, “perché andrà tutto bene”. Perché la speranza (in ebraico tiqwà, termine proveniente da un verbo che può significare anche raccogliersi e radunare) è la corda che ci lega indissolubilmente a ciò che siamo stati e a ciò che saremo. È l’altrove su cui poggia il nostro essere qui nel nostro oggi ed è, allo stesso tempo, ciò che ci tiene uniti l’uno all’altro perché ci consente di radunarci e di fondarci come comunità, come popolo, alla fine come umanità. Come fratelli (e sorelle) tutti, per dirla con papa Francesco. E ha bisogno di coraggio anche perché per accedere alla speranza autentica è essenziale rinunciare alle false illusioni e a ogni suadente chimera.
Del resto, dopo tutto, l’unica promessa che Dio fa al profeta Geremia non è il trionfo o la riuscita. È la promessa della sua presenza. Ecco il motivo per cui, a dispetto degli ancora troppi profeti di sventura (compagni ideali di quelli deprecati da papa Giovanni XXIII mentre avviava, oltre sessant’anni or sono, il Vaticano II con la Gaudet Mater Ecclesia), questo cambiamento d’epoca non solo non dovrebbe metterci paura, ma potrebbe farci del bene e spingerci alla teshuvà/metànoia: “se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto” (Gv 12,24).
Immaginare di ritrovare magicamente il passato, un passato, peraltro, spesso sin troppo amabilmente idealizzato, è del tutto illusorio: un’illusione mortifera, priva di spiragli realistici per il futuro. Sperare rappresenta la chiamata a vivere il presente, assumendolo come caso serio, non a fuggirlo! I ricordi possono probabilmente risultare più dolci, ma non possederanno mai il gusto autentico della realtà, il sapore dell’unico mondo che ci è dato di attraversare per qualche tempo. Non si spera nel passato, si può sperare unicamente nell’avvenire. E, come il teologo von Balthasar ebbe a proclamare convintamente, non è soltanto legittimo, ma anche doveroso, sperare per tutti (e per tutto).
Brunetto Salvarani
5 H.URS VON BALTHASAR, La mia opera ed epilogo, Jaca Book, Milano 1994, p.167.

