Inclusione dei disabili a scuola: cala il consenso

Inclusione dei disabili a scuola: cala il consenso

Lo scorso 14 novembre Avvenire ha pubblicato un articolo in cui riportava gli esiti di un’indagine condotta dal centro Erickson di Trento rivolta a insegnanti di tutta Italia sull’inclusione in atto degli studenti disabili. Il risultato più eclatante mostra che il 27% degli insegnanti non credono più al modello attuale di inclusione scolastica.

Per un raffronto immediato si pensi che solo 2 anni fa quella percentuale era del 10% in meno. Si fa sempre più strada, al posto di quello attuale, il cosiddetto modello a tre vie:

In caso di disabilità grave, scuole separate;

In caso di disabilità media, frequenza nelle scuole normali (con classi separate);

Per la disabilità lieve, inclusione piena in classe.

Oggi i disabili che frequentano le classi comuni sono il 4% della popolazione scolastica totale. Si aggiunga che solo il 36% degli insegnanti di sostegno è di ruolo e pertanto si deve presumere che il restante 64% non abbia la specializzazione, come invece è previsto dalla legge 517 del 1977.

Dopo 48 anni dall’introduzione di questa legge, che ha immesso i disabili nelle classi comuni e che ha differenziato l’esperienza italiana da quella degli altri paesi europei, l’indagine della Erickson mostra una realtà impietosa.

La sostanza della legge 517 che prevedeva l’inclusione dei disabili nelle classi comuni non ha raggiunto una parte significativa degli scopi che si prefiggeva.

Si aggiunga che appena il 41% delle scuole ha a disposizione ausili tecnologici che consentano una piena partecipazione alle attività degli alunni disabili.

Gli insegnanti lamentano (soprattutto quelli con più anzianità di servizio e delle Secondarie di II grado) mancate collaborazioni tra figure adulte e le condizioni di gravità dell’alunno.

A margine dell’indagine emerge una crescente stanchezza e sfiducia degli insegnanti in un modello che possiamo definire piuttosto avanzato, ma che non è stato adeguatamente supportato dall’immissione nelle scuole di insegnanti di sostegno specializzati, da una formazione continua di tutto il personale scolastico e dalla diffusione dell’esito della ricerca pedagogica nel campo delle didattiche inclusive.

L’indagine fa emergere altresì punti di forza rispetto all’attuale situazione, anche se 

la scuola nel frattempo deve occuparsi di alunni stranieri, di alunni con DSA (dislessici), alunni con Bisogni Educativi Speciali, a risorse invariate.

Se non si interviene attuando la legge compiutamente non è difficile che la disaffezione tra gli insegnanti aumenti.                                                              

Renzo Gherardi