Carpi e l’ingannevole potere della nostalgia

Carpi e l'ingannevole forza della nostalgia

IN MERITO AL DIBATTITO SULLA CARPI DEL TEMPO CHE FU

Dice bene, a nostro parere, il direttore di Voce, Magnanini, quando in chiusura del suo Metacarpi, attribuisce alla variabile generazionale la persistente lamentazione sulla Carpi-che-non-c’è-più, sulla “bella carpi” che fu negli Settanta e Ottanta rispetto al presunto declino attuale. Se si guarda il dato anagrafico, ci si accorgerà che, chi vive di questi rimpianti, è perché allora di anni ne aveva venti o trenta e ora veleggia verso i settanta o più. Niente di nuovo. I latini con Orazio li appellavano laudatores temporis acti, i lodatori del passato, inconsapevoli di essere guidati più dalle proprie rughe che non da un’analisi possibilmente spassionata.

Carpi, è certo, non è più quella di quaranta/cinquanta anni fa. Il cambiamento ha seguito direttrici che sono analoghe a quelle di altre città. Il più sostanziale di questi   è stato l’arrivo di nuovi cittadini provenienti da paesi che coprono tutti i continenti. In un precedente nostro intervento su questi schermi avevamo rilevato che gli stranieri erano più di 10.000 al 2023 per una percentuale che allora era del 14,7% ma che oggi sarà di più. Carpi è una città multietnica come lo sono oramai tutte le realtà urbane sopra i 50.000 abitanti.

Nel pensiero nostalgico dei tanti di cui sopra, è il combinato disposto della crisi assai pesante del comparto della maglieria, che negli anni del boom creò a Carpi un fenomeno straordinario che si impose all’attenzione nazionale e che ha mutato in meglio la vita di molti, con il cambiamento attuale dovuto a presenze che si sentono ancora estranee alla trama sociale della vita cittadina, che giustifica il disagio di oggi e lo sguardo retrospettivo.  

E’ questa la lente, ad esempio, con cui dobbiamo analizzare un tema ricorrente nel dibattito cittadino quale quello della riapertura della piazza alle automobili. Chi la propone è condizionato da quel dato anagrafico e, comprensibilmente, rimpiange quel palcoscenico naturale che era piazza Martiri, luogo deputato a certificare attraverso la simpatica esibizione del macchinone il proprio successo imprenditoriale. Cose che anche a noi che c’eravamo fanno tenerezza e legittimano un moto di nostalgia.

Giova però notare che a una piazza adesso frequentemente vuota corrisponde la vivacità della piazzetta, piazza Garibaldi, che ha visto in questi anni l’esplosione di locali per la ristorazione. La movida carpigiana  si è solo spostata. Lì, nelle sere estive e non unicamente in quelle, si vede un’animazione di luoghi e presenze che forse nel passato neanche la piazza ha mai avuto.

Per tornare al combinato disposto e approfondirlo, il cortocircuito che, non solo da noi, si è determinato, è quello che all’aumento della popolazione straniera fa corrispondere una sensibile crescita della criminalità. E’ una correlazione che prende forma in particolare nel dibattito politico secondo l’usuale schema destra politica che  denuncia l’escalation della criminalità, la sinistra che replica con la richiesta di aumento degli organici della polizia e, dunque, rilancia la palla nel campo del governo. E’ uno schema semplicistico e insieme deformante in quanto, dati di Carpi alla mano, non sembra giustificato l’intensificarsi degli allarmi. Spesso si verifica una sopravvalutazione tendenziosa di episodi di scarsa rilevanza, ma il clima e l’umore generale lo fanno televisione e stampa che sul tema insicurezza e criminalità picchiano con insistenza. Ma tant’è, questi sono i tempi e sul tema sicurezza il divario fra percezione e realtà resta molto ampio e con quello si deve far conto.

Ovviamente questo non legittima l’attribuzione dell’aumento della criminalità, vero o falso che sia, ai  nuovi carpigiani stranieri. Un’attribuzione che, azzardiamo, trova sostenitori sempre più convinti man mano che aumenta l’età: è la difficile accettazione dei cambiamenti nella demografia che porta al legame causa/effetto “aumento degli stranieri – più criminalità” e bye bye alla Carpi del bel tempo andato.

Ma c’è un altro modo di vedere le cose. Quella nuova carpigianità che adesso viene vissuta con diffidenza dalle generazioni più agée, nel futuro, grazie all’accresciuta integrazione, avrà modo di interagire, con i propri coetanei e nel contesto della comunità, in maniera più positiva generando sviluppo. La storia ci dice che le società più dinamiche sono quelle multietniche, quelle che hanno tratto forza dal vigore e dalle ambizioni dei gruppi etnici che via via si sono insediati. Questa è, con tutte le cautele del caso, senza nascondere le serie difficoltà, l’esperienza che quel primo fronte che è la scuola sta facendo con i giovani immigrati. Sappiamo che questa è un’opinione che nel più garbato dei modi viene definita radical chic, ma ci pare che ragionando in modo lucido questo sia, in un’Italia che si desertifica, la cosa giusta e utile da dire.

La crescita della popolazione della nostra città deve essere vissuta come un elemento positivo, non tanto secondo l’adagio che il numero è potenza, ma come indicatore di un’attrattività che solo un irriducibile pessimismo può vedere come una tragedia. L’onestà ci impone di dire che la provenienza degli stranieri, la diversa appartenenza religiosa, le differenze spesso significative nei costumi e nei modi di vita, sono elementi problematici, ma non esiste altra alternativa che affrontarli con approccio costruttivo.

Per chi volesse darsi un botta di fiducia consigliamo una passeggiata in viale Peruzzi alle 13, al suono della campanella, il momento dell’allegro e chiassoso sciamare degli studenti all’uscita dalle scuole. Una fiumana di ragazze e ragazzi che trasmettono energia, vitalità e proiezione verso il futuro. A loro dobbiamo un atteggiamento di apertura per  il quale il pessimismo non è un’opzione.

                                                                                     Mario Lugli